alla Prima paginaSapienza Università di Roma - Dipartimento delle Scienze dei Segni, degli Spazi e delle Culture
Sezioni di Antropologia, Linguistica e Filologia, Musicologia

 

Alberto Mario Cirese
Università degli Studi di Roma 'La Sapienza' - Professore emerito

Le scuole demo-etno-antropologiche

[in: Le grandi scuole della Facoltà. Roma, Università degli Studi ‘La Sapienza’ - Facoltà di Lettere e Filosofia, 1994 (stampa: Febbraio 1996): 21-27]

Se si eccettua un corso libero di Etnografia che forse fu tenuto nel 1916 da Raffaele Corso, gli insegnamenti che oggi fanno parte del gruppo demo-etno-antropologico cominciano ad accendersi nella nostra Facoltà alla fine degli anni Trenta: un incarico di Etnologia affidato nel 1937 a Raffaele Pettazzoni, che dal 1923 teneva la cattedra di Storia delle Religioni, ed un incarico di Storia delle tradizioni popolari affidato nel 1938 a Paolo Toschi, che aveva conseguito la libera docenza cinque anni prima. I due insegnamenti divennero di ruolo (professori ordinari o di prima fascia come oggi si dice) soltanto a distanza di vari anni: undici per la Storia delle tradizioni popolari, che vide in cattedra Paolo Toschi nel 1949, e ben trenta per l'Etnologia, che vide in cattedra Vinigi Grottanelli nel 1967.

Le due discipline sono oggi nazionalmente affiancate in un unico raggruppamento concorsuale, e nella nostra Facoltà appartengono allo stesso Dipartimento, allo stesso indirizzo di studi ed allo stesso Dottorato di ricerca. E' il caso di segnalare ai più giovani che le cose stavano ben diversamente al tempo della loro nascita, e la separatezza durò lungo un bel tratto della loro vita. Ed in proposito vale forse la pena di ricordare anche che i corpi disciplinari considerati competenti a giudicare nelle libere docenze o nei concorsi a cattedre erano radicalmente diversi nei due casi: geografi e antropologi fisici per l'Etnologia, e italianisti, storici della lingua, filologi romanzi per la Storia della tradizioni popolari (con qualche eccezione dovuta a competenze personali, nell'un campo e nell'altro: Pettazzoni, Pagliaro, Santoli). C'era invero la memoria delle comuni radici ottocentesche: il quadro di Tylor che assumeva parallelamente le tradizioni dei 'volghi' dei popoli 'civili', da un lato, e dall'altro la vita dei popoli 'primitivi' come fonti documentarie equivalenti per la ricostruzione degli stadi pregressi dell'evoluzione culturale della specie umana. Ma nell'affiancamento c'era anche la separazione dei rispettivi profili disciplinari: all'ingrosso, e in concettualizzazioni forse ormai un po' troppo desuete, 'volghi' italiani o europei nel caso della demologia o folklore o storia delle tradizioni popolari, e 'primitivi' extraeuropei nel caso dell'etnologia. Con tutte le gravi differenze di tecniche e di competenze che la diversità degli oggetti comporta. Si aggiunga che per significative ragioni storico-culturali, che tralascio, la Storia delle tradizioni popolari aveva come suo tema privilegiato quello della poesia popolare: il più difficile da collegarsi con i temi etnologici.

Viene comunque da chiedersi da quali sollecitazioni nascesse nella nostra Facoltà l'apertura di insegnamenti così decisamente nuovi; e forse gioverebbe in proposito una ricerca attenta. Personalmente, e senza approfondimenti, mi pare da constatare anzitutto una evidenza: il legame diretto che fin dal 1911 Raffaele Pettazzoni aveva stabilito con quelli che allora si chiamarono gli studi di Etnografia; e mi riferisco alla sua relazione su Le superstizioni letta e discussa nel Primo Congresso di Etnografia Italiana, momento centrale dell'insediamento dei nostri studi nel quadro culturale nazionale. In quella relazione, ancora oggi meritevole di studio, stava già il segno di quella apertura della storia delle religioni - allora sostanzialmente interna agli sudi dell'antichità classica - che Pettazzoni operò alle religioni dei popoli primitivi. Del che meglio di me diranno i colleghi che operano nel settore storico-religioso.

Diverse, e solo in parte contermini, le disponibilità già presenti in Facoltà per quanto riguarda l'attivazione dell'insegnamento della Storia delle tradizioni popolari, come incarico dal 1938 e poi come ruolo dal 1949, ed in ambedue i casi nella persona di Paolo Toschi. C'era il mondo della filologia romanza (dico Giulio Bertoni e Angelo Monteverdi, interessati al tema non solo per generale connessione con il dibattito ottocentesco ed oltre sulle origini culte o invece popolari delle letterature romanze), c'era l'italianistica (e penso ad esempio al corposo capitolo sulla letteratura popolare del '300 di Natalino Sapegno). Ma c'era anche Antonino Pagliaro che forse quindicenne udì le lezioni di Pitré a Palermo ed il cui volume su Poesia giullaresca e poesia popolare basterebbe da solo a qualificare la personalità di uno studioso, come ha giustamente scritto Tullio De Mauro, anche se resta marginale nell'opera complessiva del glottologo; del quale tuttavia mi permetterò di ricordare anche qui i saggi sui miti, cui forse gioverebbe tornare a prestare attenzione. C'era anche, mi pare, Giovanni Gentile: autore di saggi su Giuseppe Pitré, direttore dell'Edizione nazionale degli scritti del grande siciliano, per non parlare poi del posto che riservò nell'Enciclopedia italiana al folklore ed alla etnologia.

Giungendo in Facoltà, Paolo Toschi aveva alle spalle il positivo giudizio che Benedetto Croce aveva dato di una sua antologia di poesie popolari religiose. Ma, allievo di Pio Rajna e di Michele Barbi, Toschi portava anche un lavoro storico-filologico, rimasto centrale, su quella stessa poesia religiosa di tradizione orale, aggiungendovi quella sul canto lirico-monostrofico. Si congiungevano così due facce, quella che dirò estetica, e quella storico-filologica. Ed al di là di ogni altra considerazione, un merito certo ci fu nei confronti di quelli di noi che allora fummo studenti o allievi (e resta in vari scritti): quello di porci a contatto con uno dei momenti alti della storia culturale italiana, ossia con Poesia popolare e poesia d'arte di Benedetto Croce, senza che ciò ci sottraesse al dovere di un serio tirocinio filologico. Molto altro dovrei dire: il teatro religioso delle origini, quello popolare profano e le sue radici carnevalesche, gli ex voto, la museografia. Segnalerò solo un tratto che, pur nella diversità talora anche profonde, tuttavia in quegli anni fu comune: l’impegno al rigore della documentazione, e lo sforzo a costruirla sistematicamente. Non ultimo dei meriti, ed anzi tra i più apprezzabili, la rivista di respiro internazionale Lares, riportata a nuova vita nell'immediato dopoguerra da Paolo Toschi, ed oggi ancora attiva anche se migrata altrove con l'erede più diretto dell'insegnamento di Toschi, Giovanni Battista Bronzini a Bari.

La Storia delle tradizioni popolari fu istituto monocattedra per circa quaranta anni, anche dopo l'uscita dai ruoli di Polo Toschi (1963), e cioè nel periodo degli incarichi tenuti da Bianca Maria Galanti, prima, e poi dal 1970 al 1976 da Diego Carpitella. Poi, per ben tredici anni, l'insegnamento di Storia delle tradizioni popolari ha taciuto per ragioni che qui non starò a ricordare (ed è ripreso soltanto nel 1980, nella fascia degli associati, sdoppiato tra Carla Bianco e Cristina Papa, poi passate ad altri atenei, e ora sostituite per affidamento da Aurora Milillo e Franca Romano). Così nel 1976 l'Istituto di Storia delle tradizioni popolari si svuotava a lungo della disciplina che gli dava il nome, ma si riempiva felicemente d'un insegnamento nuovo, anzi nuovissimo, non solo per la nostra Facoltà: l’Etnomusicologia, prima cattedra in Italia, e per giunta di ruolo o prima fascia. Più ancora conta, a nostro vanto e rimpianto, il modo appassionato, competente, prestigioso con cui Diego Carpitella ha tenuto l'insegnamento e fatto scuola, in dialogo con tutta la cultura musicale italiana ed in raccordo con le correnti più vive dell'etnomusicologia internazionale. Non ne tenterò un profilo che per la brevità del tempo, e la complessa vastità del suo lavoro, si ridurrebbe qui ad un elenco di titoli e di imprese. Ma non posso passare sotto silenzio da un lato l'impegno documentario serissimo che anima tanta parte dei suoi lavori individuali e collegiali di rilevamento, e dall'altro almeno la fondazione e direzione della Società di Etnomusicologia. Per il resto mi limiterò a quanto già altre volte ho detto: il crescere organico dei suoi interessi. Dapprima la musica di tradizione non scritta, e poi immediatamente la sua connessione con la parola detta; l'oralità nella sua duplice faccia musicale e verbale. Ma poi al mondo dei suoni si associa quello dei movimenti: la danza, ovviamente, cui subito si aggiunge, ed è cosa assai meno consueta e scontata, il gesto che fa e il gesto che dice, e che opera ora secondo schemi prefissati ed ora invece in libera sintassi discorsiva. Così l 'universo d'indagine non è solo l'oralità ma è il complesso dei modi di espressione e comunicazione che non ricorrono alla grafia, scrittura o disegno che sia. Un mondo che ha millenni alle spalle, e che occupa parte enorme anche nella nostra vita di oggi, tradizionale o nuova che sia.

Anche l'Etnologia, nascendo nel 1937, ebbe un istituto a sé, che Pettazzoni chiamò delle Civiltà primitive, e che poi prese nome di Etnologia con Vinigi Grottanelli (1967), confluendo infine nel Dipartimento di Studi glottoantropologici (1983). Pettazzoni, iniziando, definì l'etnologia "disciplina storica", e l'impronta rimase quando, nel 1945, l'insegnamento passò, sempre per incarico, ad un altro docente di prestigio che lo tenne fino alla morte, nel 1960: il paletnologo Alberto Carlo Blanc. Il suo nome e le sue importanti scoperte appartengono agli studi di preistoria. Ma un posto gli spetta anche nell'etnologia: per la sua tesi che etnologia e paletnologia fossero due facce della stessa medaglia, per gli studi sui popoli cacciatori e raccoglitori, per le sue indagini sul sacro. Tra gli inediti, o quasi, c'è un suo rarissimo corso di dispense (Introduzione all'etnologia) che a me pare ancora oggi prezioso, e mi è caro ricordare che, proprio nel nostro ultimo incontro, con l'amico paletnologo Puglisi cominciammo a progettarne una ristampa a prefazione congiunta. Per sorprendente che possa apparire, fu proprio ad Alberto Carlo Blanc che si deve il primo contatto degli studenti della nostra Facoltà con uno scritto di Ernesto de Martino: il suo programma d'esame comprendeva tra l'altro Naturalismo e storicismo nell'etnologia. E se non vado errato, proprio Blanc dette il riconoscimento ufficiale ai corsi liberi di Etnologia che Ernesto De Martino tenne nella nostra Facoltà agli inizi degli anni Cinquanta, prima di passare alla cattedra di Storia delle religioni a Cagliari. E non vi è certo bisogno di sottolineare che quei pur brevi anni demartiniani a Roma sono momento alto della vicenda demo-etnologica nella nostra Facoltà. Vi si accompagna, coevo ma del tutto indipendente, un altro evento di rilievo, dovuto ancora una volta alla iniziativa scientifica di Raffaele Pettazzoni: la fondazione della Scuola di perfezionamento in scienze etnologiche. Tirocinio severo, lo so per prova, ed apertura d'orizzonti disciplinari assai vasti da un lato (psicologia, antropogeografia, paletnologia) e fortemente specializzati dall'altro (civiltà indigene americane, civiltà primitive dell'Africa, religioni dei popoli primitivi).La spinta alla nascita dell'attuale Dottorato in Scienze etno-antropologiche venne da quel lontano autorevolissimo esempio; e due delle discipline specialistiche della Scuola di Pettazzoni, Civiltà indigene dell'America e Religioni dei popoli primitivi, sono poi entrate negli insegnamenti attivi della Facoltà, anche se con appartenenza a istituti o dipartimenti diversi. Nel 1960 ad Alberto Carlo Blanc succede Vinigi Grottanelli. Ed è un evento di rilievo: per la prima volta, tra noi, l'Etnologia viene insegnata da uno studioso che ha diretta e consistente esperienza di ricerca sul campo. Il settore di interesse più specifico è l'Africa, investigata ormai da decenni, ma il campo delle conoscenze è amplissimo, anche dal punto di vista delle impostazioni teoriche cui aderisce. Neppure qui posso entrare nel vivo. Rammento solo che a prova e frutto del suo magistero stanno, oltre alla rivista L'Uomo, i tre ponderosi volumi di Ethnologica, strumento di base non sostituibile, e l'architettura delle voci etnologiche dell'Enciclopedia universale dell'arte. Null'altro dirò dell'etnologia nella nostra facoltà perché intendo tacere dei vivi. E non ho animo qui di dire quanto abbiano contato per i nostri studi l'assidua ricerca ed l'appassionato insegnare di Italo Signorini che da così pochi giorni la morte ci ha duramente strappato. Resterebbe da dire di un ultimo insegnamento del settore, l'Antropologia culturale che entra in Facoltà come incarico nel 1965 e diviene di ruolo nel 1973, e che si colloca nell'ambito dell'Istituto di filosofia. Anche di questo non tratterò. La nuova disciplina, che all'inizio coincide con l'indirizzo statunitense detto "cultura e personalità", in Italia viene poi variegandosi e differenziandosi, pur nell'invarianza della denominazione. Ed è quanto è accaduto anche nella nostra Facoltà, con il susseguirsi o l'affiancarsi dei docenti, tra i quali è appunto anche chi vi parla. Discuterne quindi sarebbe non solo parlare dei vivi, ma addirittura tirare in ballo, disdicevolmente, anche il mio personale modo di intendere e praticare il mestiere. Farei invece una breve considerazione finale. La configurazione unitaria del settore detto demo-etno-antropologico, a suo tempo richiesta dai docenti delle tre discipline ben al di là delle separatezze allora in atto, più che riconoscimento dell'esistente fu dunque apertura di una prospettiva nuova. Qualcosa da costruire, insomma, anche se non dal nulla, e con tutte le difficoltà del caso. Ed il problema di fondo resta quello di non annullare le specificità in nome del necessario quadro unificante, e di non frantumare il quadro comune in ragione delle pur essenziali specificità.

Pagina composta il giorno 24-08-2002
Data dell'ultima modifica: 19-06-2008
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