alla Prima paginaSapienza Università di Roma - Dipartimento delle Scienze dei Segni, degli Spazi e delle Culture
Sezioni di Antropologia, Linguistica e Filologia, Musicologia

 

Tullio De Mauro
Università degli Studi di Roma 'La Sapienza' - Dipartimento di Studi filologici, linguistici e letterari

La scuola linguistica romana

[in: Le grandi scuole della Facoltà. Roma, Università degli Studi ‘La Sapienza’ - Facoltà di Lettere e Filosofia, 1994 (stampa: Febbraio 1996): 173-187]

Porcus singularis, ossia cinghiale, e insieme solitario: così Luigi Ceci, parlando con amici come Cesare De Lollis, amava chiamare se stesso: scherzosamente, certo, eppure fissando, con egual certezza, una caratteristica sua reale e un modo di parlarne destinati a durare oltre lui, nella tradizione di studi linguistici della Sapienza.

È implicito in ciò che appena si è detto un assunto, problematico forse per altri settori degli studi rappresentati alla Sapienza e nella Facoltà di Lettere: l'assunto cioè che una tradizione, appunto, con una sua fisionomia specifica e unitaria possa e debba riconoscersi, pur nel succedersi delle generazioni e delle personalità, ben spesso invero altrettanto cecianamente singulares, negli studi linguistici della Sapienza.

Alla Sapienza, nella Facoltà di Lettere, Ceci era entrato nel 1892, trentatreenne, chiamato sulla cattedra denominata allora di Grammatica Indo-greco-italica e che assunse qualche anno più tardi il nome di Storia comparata delle lingue classiche, in auge ancora quando Antonino Pagliaro, successore di Ceci, ne ereditò l'insegnamento nel 1929.

La linguistica era scienza giovane in Europa, giovanissima in Italia, dove era e doveva ancora restare osteggiata con diverse motivazioni, anche bizzarramente nazionalistiche (Tommaseo la vedeva come scienza "teutonica") o spregiative. La conseguente debolezza dei quadri della linguistica italiana faceva sì, allora e per vari decenni successivi, che l'apprendistato in Germania o Austria fosse per dir così inevitabile per i linguisti italiani, e, del resto, non solo italiani, indoeuropeisti e romanisti. E qui appare una prima singolarità: dei più significativi linguisti italiani a cavallo dei due secoli Ceci fu l'unico a non avere avuto un apprendistato in area tedesca. I suoi maestri furono italiani, seguiti nel fiorentino Istituto di studi superiori, e furono Napoleone Caix, il grande Comparetti e Pasquale Villari. Alla loro scuola, e pur senza un training austrotedesco, Ceci si formò e uniformò tuttavia, originalmente, alla scuola filologica e linguistica internazionale che aveva allora in Germania il suo cuore, i suoi centri vitali propulsori.

I primi lavori del ventenne [1] lo mostrano già perfettamente informato sulla junggrammatische Richtung, la scuola degli Junggrammatiker, ma sùbito, alieno da ogni conformismo, egli rivela le sue preferenze per una visione dei fatti linguistici più attenta da un lato alla loro sistematicità e formalità, dall'altra al loro radicamento nella storia socioculturale dei popoli, con un'attenzione ai testi in cui si concreta la lingua: un'attenzione che tra i linguisti allora era inedita e rappresenta dunque un altro tratto salientemente singularis. Gli autori del giovane Ceci sono, oltre e più che gli Junggrammatiker, Ascoli e, fin dal 1882, il Saussure del rivoluzionario Mémoire. A questi si aggiunge presto Michel Bréal in funzione del precoce interesse per la nuova scienza appena tenuta a battesimo da Bréal, la semantica, o, come Ceci preferì dire, la semasiologia. In questa Ceci trova la chiave per saldare le strutture e gli eventi di lingua alla concretezza della testualità, le analisi rigorose della fonomorfologia dei comparatisti al bisogno di intendimento storico della parola radicata in un tempo e in una cultura determinati.

Lo studio delle etimologie dei giureconsulti romani (La lingua del diritto romano. 1: Le etimologie dei giureconsulti romani, Torino 1896) è una prima testimonianza di questo intreccio complesso: interesse per la sistemicità dei fatti linguistici e interesse per la storia in cui essi si radicano, attenzione filologica ai testi e perizia nell'analisi rigorosamente linguistica, impegno nella puntuale ricostruzione dei significati nella loro storicità e ampio orizzonte teorico e problematico in cui collocare l'indagine.

Ritroveremo questo intreccio come tratto distintivo saliente della scuola linguistica romana. Esso si profila già netto, pregno di promesse, negli scritti dell'ancor giovane Ceci. Ma su queste promesse si abbatté una delle più sconcertanti avventure della storia dei nostri studi.

Nel 1899 fu scoperto nel cuore del Foro Romano un cippo arcaico, poi divenuto famoso, sotto il lapis niger. All'archeologo linceo Gian Francesco Gamurrini fu affidata un relazione sullo scavo e a Ceci fu affidato il compito di decifrare e interpretare la scritta che si intravedeva sul cippo. Sono oggi comunemente accolte sia le letture allora proposte da Ceci (RECEI = lat. classico regi, KALATOREM = calatorem, SAKROS ESED = sacer erit, IOUXMENTA = iumenta) sia la datazione ("la numero uno delle 37.000 iscrizioni latine", diceva Ceci, collocando l'iscrizione nel pieno periodo regio), sia infine l'ipotesi d'insieme, che si trattasse di una lex regia, la quale provava dunque come già ben prima dell'incendio gallico del 387 a.C. non solo era esistita una città di Roma con elevato livello civile, ma che la città aveva avuto un rex.

Per la linguistica comparativa fu, e avrebbe potuto e dovuto essere sin dal primo momento, un'autentica vittoria, paragonabile alla scoperta e decifrazione dell'ittito: un manipolo di accreditate ipotesi ricostruttive che collegavano latino e indoeuropeo approdava alla terra della certezza documentale (sacer < *sakros, erit < *es-ed, dativo in -i < *-ei ecc.). Ma storici e filologi reagirono inizialmente in tutta Europa con una violenta e oggi quasi incomprensibile ripulsa. Il fatto è che la storiografia tedesca dell'Ottocento, da Niebuhr a Th. Mommsen e J. Beloch, aveva fatto passare in giudicato l'idea che tutta la tradizione annalistica su Roma arcaica, anteriore all'incendio gallico, fosse pura leggenda. Archeologi, storici, filologi tedeschi e italiani (Chr. Hülsen, F. Skutsch, E. Pais, lo stesso D. Comparetti, maestro di Ceci), spiazzati dalle letture di Ceci, le ritennero inizialmente false e accusarono Ceci di avere ceduto a "chauvinismo" antitedesco. Per la verità non solo di ciò non v'è traccia nelle letture in questione, come giustamente rivendicò lo stesso Ceci (L'iscrizione antichissima del Foro e lo chauvinismo italiano. Risposta al dr. h. Hülsen dell'Imperiale Istituto Archeologico Germanico, Roma 1899); ma, in più, Ceci stesso mise in guardia contro una lettura banalmente antitedesca del suo lavoro (Per la storia della civiltà italica. Discorso inaugurale dell'anno accademico 1900-01 nella reale Università di Roma, Roma 1901). Ciò avrebbe dovuto essere e appare oggi ovvio: come i migliori linguisti italiani e non solo italiani del tempo Ceci era nutrito di cultura scientifica e filosofica tedesca. E si aggiunga che, quindici anni dopo, durante il primo conflitto mondiale, Ceci si segnalò, come fu notato da Nicola Festa, per essere uno dei pochi intellettuali italiani che si astennero da banali invettive antitedesche, vicino in ciò a Benedetto Croce.

Ma nella foga polemica dei detrattori Ceci passò anche per antitedesco. Solo qualche anno dopo Theodor Mommsen doveva ammettere eccessi nella ipercritica contro le tradizioni annalistiche e avviare un processo di revisione che, col complessivo sviluppo degli studi, ha poi accolto con pieno credito e innumeri conferme le ipotesi di Ceci e avviato una rilettura e un recupero dell'intera storia di Roma arcaica. Ma questo avvenne poi. Per allora Ceci uscì letteralmente stroncato dall'esperienza che aveva messo in dubbio la sua stessa personale onorabilità intellettuale. Lo ricordava con amarezza ai suoi allievi anche Antonino Pagliaro, che lo aveva avvicinato negli ultimi anni di vita.

Ceci pubblicò ancora importanti lavori di dettaglio. Ma non ebbe più la forza e sicurezza per rendere pubbliche le vaste opere cui attendeva. Una, di carattere storico, è stata ora recuperata dagli inediti per meritoria opera di Belardi (Latium vetus, a cura di W. Belardi, Alatri 1987). Ma non trovò invece mai una sistemazione organica definitiva e pienamente pubblica la concezione generale e teorica, la linguistica generale di Ceci. Per buona sorte ne conosciamo molto attraverso le dispense dei corsi universitari [2]. Contro le idee dei Neogrammatici da un lato, dall'altro contro le dominanti idee di Benedetto Croce, Ceci elabora una concezione della lingua che si richiama esplicitamente a W. von Humboldt e H. Steinthal e tiene conto dei dati sia della linguistica storica e comparativa sia della "fisiologia dei suoni", che Ceci acutamente distingue dalla "fonologia", sia infine della semantica di Michel Bréal e della "semasiologia". Ciò consente a C. di dare posto al riconoscimento sia dell'innovazione linguistica incessante sia della conservatività "sociale" della lingua, al ruolo dominante dell'organizzazione semantica della lingua, al costituirsi di "varietà sociali" della lingua che col tempo "dan luogo a varietà dialettali" ecc. Di questa matura e articolata concezione solo spezzoni affiorano negli scritti pubblici di Ceci, come quando, in uno degli ultimi scritti [3], insiste (a p. 175) sulla necessità di integrazioni multidisciplinari per l'analisi linguistica, poiché "la parola divulsa dal suo terreno è sorda e muta".

L'opera teorica di Ceci attende ancora un lavoro di adeguato recupero. E ciò del resto sarebbe conforme a quel che egli stesso al termine della vita, apparentemente solitario e sconfitto, scriveva: "philologeîn - l'ansia di sentire e ripensare quello che gli uomini e i popoli del passato hanno sentito e pensato - è un bisogno connaturale all'uomo, non meno del philosopheîn - la ricerca della verità".

Le parole di Ceci appena citate chiudono l'ultima pagina del Sommario di linguistica arioeuropea di Antonino Pagliaro e ne riassumono il senso più profondo. Nella concezione del linguaggio che il giovanissimo Pagliaro sbozza in questa sua opera prima e giovanile, un'opera ancora preziosa apparsa nel 1930, il linguaggio non è strumento, ma innervatura del pensiero umano, della sua capacità di memoria storica e di rielaborazione e progetto. Philologeîn e philosopheîn sono la diade che, allora e poi, appariva a Pagliaro guida necessaria di una linguistica capace di essere all'altezza ideale del suo oggetto di studio. Alla linguistica afilosofica e asemantica di quegli anni, alla linguistica che pretendeva di relegare in un passato archeologico prescientifico tutta la elaborazione filosofica e teorica sul linguaggio da Aristotele a Humboldt e Hegel, con la sua opera prima il giovane Pagliaro contrapponeva in orgogliosa solitudine un ben diverso e più complesso orientamento di studi sul linguaggio e le lingue, che trovava un suo naturale suggello nel richiamo finale alle parole di Ceci e nella dedica stessa alla memoria del solitario studioso appena scomparso.

Pagliaro [4] era nato in Sicilia, a Mistretta (Messina), il 1° gennaio 1898. Si era iscritto giovanissimo alla Facoltà di lettere di Palermo, dove seguì le lezioni di Giovanni Gentile (con qualche diffidenza, a suo dire) e (con interesse, invece) del filosofo empirista Cosmo Guastella. Dopo il primo anno si trasferì a Firenze, all'Istituto superiore, dove prima e dopo il conflitto mondiale, cui Pagliaro, partito volontario interrompendo gli studi, partecipò con valore, gli furono maestri Girolamo Vitelli e Giorgio Pasquali. Laureatosi nel 1921, studiò poi a Heidelberg e Vienna, con l'iranista Christian Bartholomae e il grecista Paul Kretschmer. Dopo la pubblicazione di diversi lavori di iranistica e linguistica storica greca, fu chiamato a Roma in duplice veste: da Giovanni Gentile, che lo volle primo redattore capo della appena avviata Enciclopedia Italiana (incarico che Pagliaro lasciò pochi anni dopo per dissensi con il Gentile e l'amministrazione della Treccani); e da Luigi Ceci, che lo volle professore di Filologia iranica nella Facoltà di lettere. Morto Ceci, Pagliaro assunse nel 1927 l'insegnamento di Storia delle lingue classiche, di cui fu ordinario dal 1930, un insegnamento che, ridenominato Glottologia nel 1936, egli tenne fino al ritiro, nel 1968, tenendo anche corsi di Filosofia del linguaggio (dall'istituzione della materia, nel 1956, al 1961, quando cedette l'incarico a un giovane allievo).

Il lungo insegnamento di Pagliaro ebbe una interruzione tra 1944 e 1946. Da giovane Pagliaro era stato fervente interventista e nazionalista. Non ebbe dunque difficoltà ad aderire al Partito nazionale fascista e, come molti suoi colleghi, fu fascista. Forse anche sollecitato da rivalità con Giovanni Gentile, si spinse ad assumere posizioni di primo piano: tenne nella Facoltà di Magistero l'incarico di un improbabile insegnamento intitolato Mistica fascista e rientrò nell'Istituto dell'Enciclopedia italiana come direttore del Dizionario di politica, un'opera per più aspetti rilevante che Pagliaro portò a termine, da eccellente organizzatore, in pochi anni e cui chiamò a collaborare (e l'analogo era stato fatto dal Gentile per la grande Enciclopedia) studiosi anche lontani dal fascismo. Pur dissentendo per ovvie ragioni scientifiche (che poté esporre su invito del Mussolini nel "Popolo di Italia") dalla politica razziale del fascismo, non si astenne dal collaborare a riviste razzistiche. Dopo la caduta del fascismo e la liberazione di Roma, Pagliaro, diversamente dalla generalità dei suoi colleghi, non si preoccupò di abiurare. Fu sospeso dall'insegnamento nel 1944 e sottoposto a un primo processo di epurazione. Risulta dal verbale che fu sollecitato dalla commissione di epurazione ad ammettere di avere errato aderendo al fascismo. Pagliaro rifiutò e la sospensione si mutò in un drastico provvedimento di radiazione dai ruoli. Fece ricorso e in un giudizio di appello, continuando a rifiutarsi a ogni abiura, tuttavia grazie anche alla testimonianza favorevole di alcuni dei più integri e illustri studiosi autenticamente antifascisti e perseguitati dal fascismo (ricordo tra gli altri Salvatore Battaglia, Guido Calogero, Giorgio Levi della Vida, Gaetano De Sanctis), ottenne l'annullamento del primo provvedimento, da radiazione trasformato in sospensione per due anni, e dal novembre 1946 riprese l'insegnamento.

Nella linguistica storica Pagliaro coltivò soprattutto gli studi di iranico antico e medievale, studiandone la morfologia e molti testi, e di greco classico, di cui indagò sia la storia linguistica sia soprattutto l'esegesi di testi letterari, filosofici ed epigrafici raccolti in parte nei lavori di "critica semantica". Dall'iranistica e dalla grecità le sue indagini si ampliarono alla latinità classica e medievale, ai diversi idiomi succedutisi in Sicilia, all'esegesi di testi italiani antichi e della Commedia. Costante in tutti i settori di indagine fu l'attenzione particolare e fruttuosa al momento della genesi di nuovi lessemi, all'etimologia calata nel suo contesto testuale e culturale: esemplare è la ricostruzione dell'etimo di missa e dell'originario valore della formula "ite, missa est".

Una originale direzione di ricerca che Pagliaro sviluppò fu l'esplorazione sistematica delle cruces interpretative che si annidano nei testi classici e che egli chiamò "critica semantica". In essa il sapere e le tecniche della linguistica storica venivano piegate al compito della ricostruzione critica del significato dei testi.

Come teorico, Pagliaro si era dichiarato inizialmente vicino alle posizioni di Croce, ma già allora, nel Sommario, l'ampia ricostruzione storico critica di posizioni filosofiche anche assai divergenti dall'idealismo di Croce, il riconoscimento della permanente validità delle posizioni teoriche di Aristotele, Leibniz, Hegel, Humboldt, mostrano i limiti di quella dichiarazione e, come Antonio Gramsci non mancò di notare dal carcere in cui il fascismo l'aveva chiuso, l'avvio su strade assai diverse da quelle dell'idealismo italiano. In impegnativi lavori di teoria della lingua e del significato risalenti ai tardi anni trenta e ai primi quaranta, tra cui spicca la Teoria dei valori politici, matura la concezione della lingua come tecnica regolativa del significare che trova la sua origine e sanzione nelle comunità storiche di parlanti, i cui atti di parole sono il fattore primo del costituirsi, del permanere e del mutare del sistema linguistico. In particolare, il sistema linguistico è continuamente sollecitato a trasformarsi dal bisogno individuale e collettivo di distinguere nuovi "valori saputi", nuovi significati generici a partire dai quali costruire testi adeguatamente significativi.

II lascito di Pagliaro non è ravvisabile solo nella sua opera scientifica e nella larga influenza che con questa egli ha esercitato negli studi, ma si coglie anche nella sua attività di insegnamento e di formazione. Sulla pedana della cattedra, dritto, immobile se non per il breve volgersi a tracciare una forma o uno schema alla lavagna, parlava sicuro e netto, chiaro, preciso, ogni tanto gettando un'occhiata su un foglietto d'appunti, un accenno di sorriso ironico nello sguardo più che nel volto quando l'analisi si faceva più ardua o l'esito più imprevedibile. Per quanto mi concerne, ho detto altrove del fascino intellettuale e umano della sua persona [5]. Credo di poter anche dire che esso si è imposto a molti. Certo è che l'elenco dei linguisti, più direttamente formatisi alla sua scuola o toccati in misura significativa dal suo insegnamento, è assai vasto: giovani, furono attratti da Pagliaro alla linguistica Vittore Pisani, che per un trentennio ha poi insegnato Glottologia alla Statale di Milano, e Giuliano Bonfante, che la Glottologia ha insegnato a Torino; negli anni trenta si formò alla scuola di Pagliaro Mario Lucidi (vedi oltre); negli anni quaranta furono scolari di Pagliaro Walter Belardi e Marcello Durante, che gli successero nella cattedra di Glottologia (vedi oltre); negli anni cinquanta studiarono con Pagliaro Rita D'Avino, anch'ella professore di Glottologia a Roma, lo scrivente, Carlo De Simone, professore di Indogermanische Sprachwissenschaft a Tübingen, Anna Morpurgo Davies, professore di Comparative Philology a Oxford, Elio Durante, professore di Filologia germanica a Bari, Anna Martellotti, professore di Storia della lingua tedesca a Bari, Federico Albano Leoni, professore di Glottologia a Napoli, il compianto Giorgio R. Cardona, professore di Glottologia a Roma. Specialmente sui più giovani tra gli studiosi elencati, ma già anche su Belardi, l'azione dell'insegnamento di Pagliaro non era separabile da quella esercitata da Mario Lucidi, di cui dirò tra breve. Uno "scolaro a distanza" di Pagliaro ha amato più volte dichiararsi Eugenio Coseriu, tra i maggiori teorici del linguaggio del nostro secolo.

Si è accennato al nome di Mario Lucidi, un nome che, come un altro che tra breve faremo, quello di Cervi, può essere poco noto anche per taluni addetti ai lavori ma che è indimenticabile per chi ha avuto la ventura di conoscere la persona. Lucidi era nato a Reggio Calabria il 7 novembre 1913, ed era nato humili loco: suo padre era "frenatore" delle ferrovie, cioè, spiegava Lucidi stesso, addetto alle mansioni del gradino più basso. Per gravi difetti congeniti, Lucidi era quasi cieco dalla nascita: ma di poche persone che ho avuto l'immeritata fortuna di conoscere potrei dire che ebbero uno sguardo altrettanto acuto. Pagliaro, da presidente di una commissione di maturità nei primi anni trenta, ebbe il merito di scoprire e capire l'ingegno straordinario del ragazzo che sosteneva l'esame. Lo ebbe poi alunno all'università, lo guidò sulla strada degli studi linguistici e, aiutandolo a vincere l'handicap fisico, iranistici. Diventato assistente di Pagliaro, negli anni dell'epurazione Lucidi, nonostante il totale dissenso politico (Lucidi era per ragioni intellettuali prima ancora che politiche di autentica fede democratica), restò fedele al maestro: cosa non facile, di cui Pagliaro gli fu sempre grato.

Come assistente di Pagliaro e libero docente, Lucidi ebbe grande influenza nella formazione di molti tra gli studiosi di linguistica già ricordati (cfr. gli scritti di Belardi, 1966, pp.VIII-X, e De Mauro, 1991, pp.13-15, citati nella nota 6). Rari e preziosi i suoi contributi scritti [6]. Le sue dispense di fonologia, nel 1944-45, segnarono la prima apparizione in Italia, dopo due contributi di Giacomo Devoto e di Giulia Porru, dello strutturalismo linguistico e della fonologia. Egli intuì precocemente (1950) il carattere incerto del testo del Cours di Saussure, ponendo il problema di un accertamento filologico da fare sulle fonti manoscritte e suggerendo acute soluzioni nell'interpretazione della nozione di "arbitraire du signe" e nell'individuazione di reali antinomie nel pensiero di Saussure, come è stato riconosciuto poi dai più acuti interpreti del pensiero saussuriano quali Rudolf Engler e Robert Godel. I suoi ultimi anni (Lucidi morì il 23 luglio 1961) trascorsero nello sforzo di enucleare dati e ipotesi comprovanti uno stretto nesso tra fatti prosodici e valori semantico-sintattici degli 'iposemi'. Preziose erano le sue lezioni o, meglio, esercitazioni di fonetismo dell'indoeuropeo: camminava su e giù per l'aula cercando la parola precisa che ci introducesse meglio, nel modo più rigoroso e insieme più limpido, nella fonetica, nella fonologia, nei problemi della diacronia linguistica e della ricostruzione. Uomo forzatamente di pochi libri, che aveva però meditato e analizzato e tritato sillaba per sillaba, a fondo (Bloomfield, Hjelmslev, Pike, Trubeckoj, oltre Saussure), ancor più preziose delle lezioni erano le sue letture e riletture critiche dei nostri primi scritti, impietose contro ogni non sequitur e contro, come diceva, ogni "mossetta accademica" e caduta di stile, e insieme immensamente generose della luce della sua intelligenza [7].

Nel 1936 l'insegnamento di Storia comparata delle lingue classiche fu sostituito da un insegnamento di nuova denominazione, Glottologia: a questa materia trasferì la sua cattedra Pagliaro e il vecchio insegnamento tacque. Ma nel nostro Paese, lavoisieriano a metà, nulla si distrugge. Il vecchio insegnamento restò nello statuto e nei primi anni del dopoguerra Pagliaro, rientrato nell'insegnamento, d'accordo con Gennaro Perrotta lo fece riattivare per affidarlo ad uno studioso che stimava, Antonio Maria Cervi (1894-1966). Diversissimo da Lucidi, con lui Cervi condivideva però tre tratti: l'affetto incondizionato per Pagliaro, un acutissimo spirito critico che diventava aspramente ipercritico nei propri personali confronti - e una straordinaria virtù didattica, di suscitatore di energie intellettuali. Il manipolo dei suoi scritti è, se possibile, ancor più smilzo di quello di Lucidi [8] e non rende ragione delle sue conoscenze filologiche, linguistiche e di storia del pensiero filosofico greco e tedesco. Il meglio di sé egli lo dava ai suoi alunni, prima nei licei (il Manzoni di Milano, quindi il Tasso di Roma), poi, come professore incaricato, nella Facoltà di Lettere. Nell'aula VI dove puntualmente faceva lezione alle nove del mattino, e poi nelle interminabili "epilezioni" lungo i corridoi della facoltà, si raccoglievano, anche parecchi anni dopo avere superato l'esame, gli allievi migliori di quegli anni: Enrica Follieri e Michele Coccia, Mario Carpitella e Giovanni D'Anna, Carlo De Simone, Franco Serpa, Enzo Iemma... Egli ci rendeva familiari i nomi, le opere, gli insegnamenti di Pasquali, Wilamowitz, Meillet, Kretschmer, padre Pistelli, Wackernagel, ci insegnava ad amare i testi classici e gli studi, e la grande filosofia europea, Hegel e Croce, Nietzsche e "il pestifero Gande", e Platone, Plotino, i grandi storici .... E a odiare a morte i "frontespiziai", a guardarci dall'atteggiarci a "semidei in crescita": a badare alla sostanza critica dei problemi e delle cose. E nell'ometto buffo che pure amavamo e ammiravamo, della cui valentia eravamo consapevoli, che saltabeccava tra cattedra e banchi, ironico, gridante, accalorato, appassionato nella ricostruzione di un emistichio o nella confutazione di una congettura o di un etimo o nel ricordarci su quali abissi camminano le nostre ricostruzioni e interpretazioni, madido di sudore, imbiancato il nero vestito del gesso della lavagna continuamente affollata di greco, sanscrito, latino arcaico, classico e tardo, continuamente cancellata e riempita di nuovo, intravedevamo forse il maestro, ma non sospettavamo il protagonista segreto di una storia d'amore tenera, struggente, drammaticamente distruttiva. E maestro fu, altamente, come pochi: consules fiunt quotannis et novi proconsules: solus aut rex aut poeta non quotannis nascitur, così amava ripeterci e così sia detto di lui.

Terzo, nella successione che innerva la scuola linguistica romana, Walter Belardi (nato a Roma il 22 marzo 1923) cominciò a studiare con Pagliaro linguistica iranica nel periodo in cui il maestro era sospeso dall'insegnamento. Laureatosi con Pagliaro, giovanissimo incaricato di Glottologia all'Istituto Orientale di Napoli, vi diventa ordinario nel 1956; chiamato da Pagliaro a Roma dai primi anni sessanta, gli subentra poi nella cattedra e chiama accanto a sé, qualche anno dopo, Marcello Durante e poi (vedi oltre) suoi più giovani allievi. Attivo nell'organizzazione degli studi, crea e dirige la sezione linguistica di AION, eredita poi la direzione di Ricerche linguistiche, rivista fondata da Pagliaro, e promuove la ricca serie "Biblioteca di ricerche linguistiche e filologiche".

Fin dai primi lavori è chiaro in lui l'impegno a praticare una linguistica completa e integrale. Dall'iranistica all'ittito, al latino, al greco, all'armeno, alle lingue slave e germaniche, al celtico, agli idiomi neolatini non c'è settore indoeuropeistico in cui non si registrino i suoi significativi contributi che toccano ogni aspetto della lingua: lessico ed etimologia, fonologia, morfologia e formazione delle parole, sintassi, semantica. Nello stesso tempo è presente in lui, fin dalla giovanile Introduzione alla fonologia (1952), una viva attenzione per la linguistica generale e teorica. Nel rifacimento di quest'opera, Elementi di fonologia generale (1957), l'interesse non solo fattuale, ma propriamente teorico per la dimensione uditiva e percettiva come dimensione portante nell'organizzazione del sistema linguistico, segna una svolta anticipatrice negli studi. L'attenzione per gli aspetti teorici lo ha portato a ripercorrere la storia delle grandi teorizzazioni linguistiche, soprattutto il pensiero linguistico aristotelico e stoico, la storia delle sistemazioni grammaticali antiche, ma anche Vico, Ascoli, Saussure, le teorie linguistiche del Novecento, fino a dare, negli anni più recenti, contributi profondi e originali sui problemi nodali della teoria linguistica e della filosofia del linguaggio, con una produzione che è andata facendosi sempre più intensa, scandita da vasti scritti di sintesi.

Quest'opera imponente e ancora ricca di spunti innovativi, di pugnaci prese di posizione e di premesse e promesse di nuovi sviluppi [9], si è accompagnata in lui a un'attenzione severa e sollecita alla formazione di giovani linguisti che si annunciano parimenti valorosi. Sono stati e sono suoi allievi, che egli ha saputo portare a una precoce maturità scientifica e ad altrettanto precoci e debiti riconoscimenti accademici, Teresa Paroli, professore di Filologia germanica a Roma, Diego Poli, professore di Glottologia a Macerata, Paolo Di Giovine e Palmira Cipriano, che egli ha chiamato accanto a sé a Roma, e Marco Mancini, professore di Glottologia a Viterbo. Ma devono molto al suo insegnamento anche il suo coetaneo e compagno di studi, il compianto Marcello Durante, il già ricordato Giorgio Cardona, anch'egli precocemente sottratto agli studi in cui già era preminente la sua personalità intellettuale, Rita d'Avino, lo slavista e fonetista Nullo Minissi, la slavista Pia Sbriziolo e, se non fosse troppo presumere, anche chi scrive vorrebbe pagare un non piccolo debito per quanto ha appreso o, almeno, cercato di apprendere prima e dopo esserglistato assistente per tre anni all'Istituto Orientale di Napoli, prima di succedere a Pagliaro, nel 1962, all'insegnamento di Filosofia del linguaggio.

Appartengono pleno iure alla medesima tradizione della scuola linguistica romana due studiosi precocemente sottratti agli studi e che già abbiamo menzionato: Marcello Durante e Giorgio Raimondo Cardona.

Marcello Durante (nato a Roma il 1° aprile 1923), allievo diretto di Pagliaro di cui eredita i molteplici interessi iranistici, indoeuropeistici, per l'etimologia e i testi, dialettologici, con una più forte accentuazione di attenzione per la storia linguistica italiana, diventa ordinario di Glottologia a Palermo nel 1962, passa poi a Perugia e torna a Roma, accanto a Walter Belardi, nel 1973. Colpito da un grave morbo nel 1984, ritiratosi dall'insegnamento si è spento a Roma nel 1992. A lui si devono eleganti e importanti etimologie, per tutte si può ricordare quella del nome di Omero, eponimo dei cantori "cucitori" di canti, e un ampio lavoro di sintesi che fonde in modo esemplare linguistica interna e linguistica esterna per analizzare il passaggio dal latino all'italiano e l'evoluzione e strutturazione successiva della nostra lingua [10].

Giorgio Raimondo Cardona [11] era nato a Roma (nel 1943), dove ha studiato con Antonino Pagliaro, Giorgio Levi della Vida e, poi, con Walter Belardi, di cui è stato assistente prima, poi, vinto nel 1980 il concorso per ordinario, collega. A Roma si è prematuramente spento, nel fiore degli anni e dell'attività, nell'estate del 1988. In lui i tratti più tipici della scuola romana (la complementazione di analisi linguistiche interne, formali, con analisi delle condizioni storico-culturali in cui si radicano persistenze e innovazioni interne; l'attenzione ai testi come luogo privilegiato di tale complementazione; l'intreccio di analisi concrete, storico descrittive, con una forte componente di interessi teorico-epistemologici e di storia delle teorie linguistiche) si arricchiscono e determinano sul terreno dell'etnolinguistica e della teoria e storia delle culture entro cui le lingue vivono e che alle lingue devono (in tutto?) il loro organizzarsi e perpetuarsi. Di ciò egli è stato indagatore infaticabile, di operosità intensa, estesa dai domini dell'indoeuropeistica, orientalistica e romanistica, all'africanistica e alla linguistica amerindiana.

La rivisitazione della scuola linguistica romana nel senso più stretto non sarebbe completa senza ricordare che gli studi linguistici hanno trovato a Roma, specie nella Facoltà di Lettere, altri stimoli in ambiti anche diversi dalle cattedre di glottologia: ambiti diversi, ma eguale impegno a esplorare la realtà linguistica nella sua storicità e nella dialettica con la vita della cultura. Da questo punto di vista, un'impronta "romana" può e deve ravvisarsi anche nel nostro maggiore storico della lingua, Bruno Migliorini [12], allievo e collaboratore di Luigi Ceci e Cesare De Lollis. Così occorre almeno evocare l'opera propriamente linguistica di Cesare De Lollis e della sua rivista La cultura (cui collaborarono Ceci stesso e Migliorini e linguisti come Giacomo Devoto), l'apporto fondamentale alla dialettologia italiana e alla didattica linguistica dato da Ernesto Monaci e dalla Società filologica romana, il lungo magistero storico-linguistico di Alfredo Schiaffini, continuatosi poi nell'insegnamento di un allievo di Migliorini, Ignazio Baldelli, e, fuori della Facoltà di Lettere, ma con stretti intrecci con i linguisti che vi insegnarono, la grande teorizzazione pedagogico-linguistica di Giuseppe Lombardo Radice e la complessa teoria ermeneutica di Emilio Betti [13]. Né l'evocazione sarebbe sufficiente senza rammentare da un lato almeno il nome di un maestro degli studi ellenici e della teoria del linguaggio e della semantica come Guido Calogero [14] e dall'altra il fatto che, come allievo di Pagliaro e di Lucidi, sia pure dall'angolo della filosofia del linguaggio e, per breve tratto, della linguistica generale a Palermo (ma, diceva il grande antico, ex omni angulo caelum subsilire licet), ho avuto il privilegio di avviare agli studi alcune della personalità più significative della più giovane linguistica teorica italiana, in più d'uno dei quali, quasi propugnacola Imperii in altre sedi universitarie italiane, mi pare legittimo riconoscere la continuazione dei tratti più tipici della grande scuola linguistica romana [15] e segnatamente di quel doppio tratto che ho solo scherzosamente rammentato all'inizio, con l'autodefinizione di porcus singularis datasi da Ceci.

In effetti, il nesso di connotati propriamente scientifici della scuola linguistica romana ha spesso costretto chi la ha rappresentata a dovere assumere i due tratti essenziali che Wilhelm von Humboldt, così bene recuperato ai nostri studi italiani da Donatella Di Cesare, giudicava essenziali per ogni scienziato: Selbstständigkeit e Einsamkeit. In un ambiente culturale poco incline a introdurre analiticità e rigore formale negli studia humanitatis già il far linguistica, comunque, fu e resta ancora in parte una sfida; in più, in un quadro linguistico nazionale e internazionale troppo spesso dominato o da sordità tradizionalistiche o da brusche conversioni alla moda del momento, il praticare una linguistica consapevole della complessità della sua materia e della costruzione dei suoi possibili oggetti teorici, e quindi di necessità attenta a sussumere criticamente sia il meglio delle tradizioni di studio anche più remote sia, ove vi siano davvero, gli apporti di correnti innovative, ha per dir così obbligato la scuola linguistica romana all'indipendenza di giudizio e, a tratti, al coraggio della solitudine: condizione non eludibile di ogni effettivo avanzamento originale del sapere.

 

[1] Ceci era nato ad Alatri (Frosinone) il 27 Febbraio 1859, e vi morì il 22 giugno 1927. Dopo studi ad Alatri, Roma e Savona e nell'Istituto di studi superiori di Firenze, fu professore nei licei. Nel 1883 fu segretario del ministro della pubblica istruzione Guido Baccelli, e con lui cominciò a occuparsi di organizzazione degli studi universitari, tema di riflessione e lavoro politico non più abbandonato (Commissione Reale per il riordinamento degli studi superiori. Relazioni e proposte, relatore L. Ceci, Roma 1914), non senza positivi risultati nell'affermazione legislativa dell'autonomia culturale e amministrativa delle università italiane. Dal 1884 tornò a insegnare nei licei (a Palermo, Milano Genova) e a preparare e pubblicare ampi studi, indoeuropeistici e dialettologici. Nel 1892 fu nominato professore straordinario di Grammatica indo-greco-italica nella facoltà di lettere dell'Università di Roma (l'insegnamento assunse poi il nome di Storia comparata delle lingue classiche e neolatine) dove insegnò fino alla morte. Su Ceci, oltre gli scritti citati nel testo e nella n. seguente, cfr. T. DE MAURO, Idee e ricerche linguistiche nella cultura italiana, Il Mulino, Bologna 1980, pp. 83-92, e W. BELARDI, "Luigi Ceci nella cultura italiana tra Ottocento e Novecento", in L. CECI, Latium vetus, Alatri 1987, pp. 191-205.

[2] Delle dispense, di cui già avevo cercato di tenere conto in Idee e ricerche, cit., un'esplorazione attenta è stata compiuta nella tesi di laurea di L. Porcelli, Luigi Ceci teorico del linguaggio, tesi di laurea in Filosofia del linguaggio, Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Roma "La Sapienza", anno accademico 1982-83, e nella ampia tesi di dottorato di Francesca Dovetto, Luigi Ceci (1858-1927) e la linguistica del suo tempo, dottorato di ricerca in Filologia romanza, IV ciclo, Università di Napoli Federico Il, s.a. (ma 1995), con ampia bibliografia che integra ulteriormente Belardi, Latium vetus, cit.

[3] "Roma e gli Etruschi", RAL, serie 6, II (1926), pp. 521-31, III (1927), pp. 174-90, 273-90.

[4] Per ulteriori notizie su Pagliaro, morto nella sua casa natale a Mistretta il 6 dicembre 1973, sui suoi scritti, la sua eredità, rinvio da ultimi al volume collettaneo Italian Studies in Linguistic Historiography, Proceedings of the conference "In ricordo di Antonino Pagliaro", a cura di T. De Mauro, L. Formigari, Nodus, Münster 1993, atti del convegno dei Dipartimenti di Scienze del linguaggio e di Filosofia della Sapienza (gennaio 1992), con scritti su Pagliaro di W. Belardi, E. Coseriu, T. De Mauro, D. Di Cesare, D. Gambarara, J. Trabant, alla ristampa anastatica del Sommario di linguistica arioeuropea, premessa di T. De Mauro, in Antonino Pagliaro, Opere: 1: Storia della linguistica, tomo 1, Novecento, Palermo 1994, e alla voce Pagliaro che ho redatto in H. Stammerjohann, Lexikon Grammaticorum, Niemeyer, Tübingen 1995. Una rivisitazione dell'opera e della personalità di Pagliaro, anche alla luce della propria personale esperienza, è data da W. Belardi, Antonino Pagliaro nel pensiero critico del Novecento, il Calamo, Roma 1992.

[5] Idee e ricerche linguistiche nella cultura italiana, Il Mulino, Bologna 1980, pp. 137-45; "The World Looked Wonderful", in H.-M. Gauger, W. Pöckl (a cura di), Wege in der Sprachwissenschaft. Vierundvierzig autobiographische Berichte, Festschrift für Mario Wanduszka, Gunter Narr Verlag, Tübingen 1991, pp. 160-65.

[6] Ricordo tra gli scritti editi di Lucidi "La lingua è...", Cultura neolatina VI-VII (1946-47), pp. 81-91 (riedito nel volume del 1966, pp. 33-46), "L'equivoco de "l'arbitraire du signe". L'iposema", Cultura neolatina, X (1950), pp. 185-208, e la raccolta postuma Saggi linguistici, introduzione di W. Belardi, Napoli 1966. Un frammento della sue ricerche prosodiche è stato pubblicato nel 1992: " Un inedito di Mario Lucidi (a cura di A. Gaeta)", Rassegna italiana di linguistica applicata, XXIV, 179-96. Sulle idee e gli spunti offerti da Lucidi cfr.: W. Belardi, "Prefazione" in M. Lucidi, Saggi, cit., pp. VII-XXV; G. Berardi Studien zur Saussure-Rezeption in Italien, Peter Lang, Frankfurt a. M. 1988, pp. 76-92 e passim; T. De Mauro, note nn. 16, 137, 214, in F. De Saussure, Corso di linguistica generale, trad., introd. e commento di T. De Mauro, Latenza, Bari-Roma 1967; T. De Mauro, "La nascita della Società di linguistica italiana", in Società di Linguistica Italiana, La linguistica italiana, oggi, Bulzoni, Roma 1991, pp. 13-35; R. Engler, "Compléments à l'arbitraire", Cahiers Ferdinand de Saussure, XXI, 1964, pp. 25-32; A. Gaeta, " La lingua bistabile. La scoperta di M. Lucidi", Rassegna italiana di linguistica applicata, XXIV, 1992, pp. 163-68; R. Godel, "De la théorie du signe aux termes du système", CFS, XXVI, 1966, pp. 35-68.

[7] Altre memorie e notizie sulla personalità di Lucidi anche in Belardi, Pagliaro, cit., e nel materiale raccolto da A. Gaeta, Interviste su Mario Lucidi, Gli Atomi, Roma 1995.

[8] Introduzione all'estetica neoplatonica, Parte I, Società Anonima Poligrafica Italiana, Roma 1951 (95 pp.); "La storiografia filosofica di F. Nietzsche" in AA. VV., Studi in onore di Luigi Castiglioni, 2 voll, Sansoni, Firenze 1960, pp. 298-335; di altri brevi scritti giovanili apparsi nella rivista Eco della Cultura di Napoli dà attenta e affettuosa notizia la nota 1 di Augusto Guzzo, "Ricordi" in B. Lavagnini, V. Cuzzer, M.C. D'Angelo, A. Guzzo, Ricordo di Antonio M. Cervi, Edizioni di Filosofia, Torino 1966, pp. 7-22. Pochissimi poterono vedere l'Introduzione, che valse a Cervi, quasi strappatagli o impostagli da amici come Perrotta e Pagliaro, una duplice libera docenza in Letteratura greca e in Storia della Filosofia antica. Oltre che nel citato Ricordo, altre notizie su Cervi si trovano nei testi e nei commenti ai testi poetici e autobiografici di Antonia Pozzi, una tra le più straordinarie personalità poetiche del Novecento italiano: La vita sognata e altre poesie inedite, a cura di A. Cenni e O. Dino, Scheiwiller, Milano 1986, in particolare pp. 22, 147, 150, 153-55; Diari, a cura di O. Dino e A. Cenni, Scheiwiller, Milano 1988, pp. 2122; L'età delle parole è finita. Lettere (1925-38), Archinto, Milano 1989; Parole, a cura di A. Cenni e O. Dino, Garzanti, Milano 1989 (già edito, con tagli e manipolazioni forse del padre dell'A., Mondadori, Milano 1964). Antonia Pozzi aveva conosciuto da studentessa del liceo Manzoni a Milano Antonio Maria Cervi, colà allora professore di latino e greco: l'amicizia intellettuale e poi l'amore tra i due si interruppero bruscamente, per un duro intervento del padre di lei, che morì suicida, ventiseienne, nel 1938.

[9] Una bibliografia degli scritti di W. Belardi, aggiornata agli scritti di imminente pubblicazione e in preparazione, è stata pubblicata in P. CIPRIANO, P. DI GIOVINE, M. MANCINI (curatori), Miscellanea di studi linguistici in onore di Walter Belardi, 2 voll., II Calamo, Roma 1994, pp. XVI-XXXII.

[10] Dal latino all'italiano. Saggio di storia linguistica e culturale, Zanichelli, Bologna 1981.

[11] Tra i molti fondamentali lavori che dobbiamo a Cardona rammento almeno: l'Indice linguistico ragionato in Marco Polo, Il Milione, edito da V. Bertolucci Pizzorusso, Adelphi, Milano 1975; Introduzione all'etnolinguistica, Il Mulino, Bologna 1976; edizione di F. Pigafetta, Relazione del Reame di Congo, Bompiani, Milano 1978; Antropologia della scrittura, Loescher, Torino 1981; La foresta di piume. Manuale di etnoscienza, Laterza, Bari-Roma 1985; I sei lati del mondo. Linguaggio ed esperienza, Laterza, Bari-Roma 1985; la raccolta postuma I linguaggi del sapere, a cura di C. Bologna, prefazione di A. Asor Rosa, Laterza, Bari-Roma 1990; per altre notizie bibliografiche, oltre il cit. volume postumo, cfr. W. BELARDI, "Dovuto a G. R. Cardona" in Ethnos, lingua e cultura. Scritti in memoria di G. R. Cardona, Il calamo, Roma 1993, pp. 5-8, e ivi per la bibliografia.

[12] Rinvio per brevità alla voce "Migliorini", che ho redatto per il cit. Lexikon Grammaticorum.

[13] Altresì per brevità rinvio a quanto ho scritto nel Lexikon Grammaticorum s.vv. Betti, De Lollis, Lombardo Radice, Monaci, Schiaffini.

[14] Le idee linguistiche di Guido Calogero furono discusse, non senza eccessi polemici che egli generosamente trascurò, nella mia Introduzione alla semantica, la ed., Laterza, Bari-Roma 1965; cfr. ora L. Formigari, "Calogero, Guido" in Lexikon Grammaticorum cit.

[15] Ricordo almeno, nell'ordine in cui hanno cominciato a lavorare scientificamente con me, i più anziani e accademicamente established: Raffaele Simone, oggi ordinario di Linguistica generale nella Terza università di Roma, Daniele Gambarara, professore ordinario di Filosofia del linguaggio nell'Università della Calabria, Silvana Ferreri, professore associato di Sociolinguistica a Palermo, Franco Lo Piparo, professore ordinario di Filosofia del linguaggio a Palermo, Annibale Elia, professore ordinario di Sociolinguistica a Salerno, Emilio D'Agostino, professore associato di Sociolinguistica a Salerno, Renata Mecchia, professore associato di Filosofia del linguaggio a Pescara, Gennaro Chierchia, professore ordinario di Sociolinguistica nella stessa sede, Massimo Vedovelli, professore associato di Sociolinguistica a Pavia, Stefano Gensini, professore ordinario di Semiotica a Salerno.[Il tempo passa e sono ora necessarie integrazioni al settembre 2002: Silvana Ferreri è diventata ordinario di Didattica delle lingue moderne a Viterbo; Emilio D'Agostino è ordinario di Linguistica a Salerno; Gennaro Chierchia è ordinario di Linguistica generale a Milano; Massimo Vedovelli è ordinario di Semiotica a Siena Stranieri; Stefano Gensini è ordinario di Filosofia del linguaggio a Napoli Orientale; e poi: Raffaella Petrilli è associato di Semiotica a Cosenza, Miriam Voghera è associato di Linguistica generale a Salerno; Donatella Di Cesare è ordinario di Filosofia del linguaggio a Filosofia della Sapienza; Emanuela Piemontese è associato di Sociolinguistica a Scienze Umanistiche della Sapienza, Anna Thornton è associato di Linguistica a L'Aquila; Federico Masini è ordinario di Lingua e letteratura cinese nella nuova Facoltà di lingue orientali della Sapienza, di cui è Preside. Quando lesse questo "catalogo delle navi" Giorgio Graffi, ordinario di Linguistica generale a Verona, protestò affettuosamente per la sua omissione: lietamente riparo.]

Pagina composta il giorno 22-08-2002
Data dell'ultima modifica: 19-06-2008
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