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Università di Roma
- Dipartimento delle Scienze dei
Segni, degli Spazi e delle Culture Sezioni di Antropologia, Linguistica e Filologia, Musicologia |
ALTER
Rivista semestrale
degli studenti
del Dipartimento di Studi glottoantropologici e Discipline musicali
Anno I, n. 1 – gennaio-giugno 2006
Questa volta abbiamo voluto esagerare: la rivista la fanno gli studenti! Credo che per quanto riguarda il nostro settore disciplinare Alter sia preceduta in Italia solo dalla milanese Achab (Rivista di Antropologia degli studenti dell'Università di Milano-Bicocca), ma basta fare una passeggiata in internet per accorgersi di quanto questo genere di iniziative sia diffuso in università di altri paesi. Noi, la mia generazione intendo dire, per molte ragioni non ce l’avremmo mai fatta: troppo ideologici, troppo conformisti, troppo presuntuosi. Per la verità ci provammo un paio di volte negli anni immediatamente successivi alla laurea, ma ci arenammo presto. Sono cambiati i tempi ed è cambiata l’università. – In peggio, diranno per lo più i vostri docenti. Ne vogliamo parlare? Sta di fatto che, al di là dei caratteri generazionali, un’impresa di questo genere sarebbe stata impossibile nel vecchio ordinamento, quando si arrivava all’antropologia dai percorsi più disparati e ci si riconosceva come aspiranti antropologi solo al momento della richiesta di tesi. Ora si entra a Teorie e Pratiche dell’antropologia o a Studi linguistici per molte ragioni e con le idee più che mai confuse, ma comunque nella speranza di diventare antropologi o linguisti. Cinque, sei anni di corso e poi forse un dottorato, un master o qualcosa di simile, e poi… Precari per precari, almeno, a differenza di quanto accadeva a noi, se ne uscirà precari specializzati. Ma serve? Servirà? Vivrà, poi, una rivista di questo tipo? Una bella scommessa che deve essere vinta almeno a tre livelli: un onesto grado di autonomia rispetto ai docenti del corso; una decisa capacità sperimentale nella scelta dei temi e nella scrittura; una particolare attenzione alla crescita comune. Sul primo punto e sul secondo punto c’è poco da dire. È augurabile che gli studenti ‘seguano’ i propri docenti. C’è, specie nei primi anni, ma anche in seguito, un vasto bagaglio di nozioni di base da incamerare ed è segno positivo riconoscere in queste pagine le lezioni di questo o quel docente, riferimenti ai suoi interessi e ai suoi strumenti. Ma per fortuna si notano anche curiosità e atteggiamenti diversi, scarti minimi dentro i quali con il tempo potrebbero crescere capacità critiche e competenze innovative. In questo senso mi sentirei di suggerire ai futuri autori di privilegiare il versante etnografico, di sperimentare punti di osservazione e scritture diverse, piuttosto che misurarsi in riflessioni teoriche o in ricerche tematiche. È su questo piano, del resto, che anche per noi docenti la lezione di ritorno potrebbe essere più significativa. Qualcosa di più andrebbe detto invece sul terzo livello della scommessa, sulla capacità della rivista di mettere in moto processi di formazione all’interno dello stesso ambito studentesco. Alter non nasce, a quanto mi sembra di capire, come strumento di informazione studentesca; lo renderebbe impossibile, del resto, la stessa cadenza semestrale. Alcune rubriche sono augurabili: una qualche forma di segnalazione delle lauree (di specialistica?); la presentazione dei docenti del Dipartimento, come già si è iniziato a fare in questo numero; brevi inchieste, indicazioni, proposte. Ma il compito di informare spetta alle strutture didattiche del Dipartimento. L’obiettivo di Alter sembra decisamente più ambizioso: costituire un momento coinvolgente di riflessione per tutti gli studenti del Dipartimento (per gli antropologi, per gli etnomusicologi, per i linguisti). Ma anche in questo caso il rischio forte è quello di una eccessiva episodicità, resa tanto più evidente dal carattere monografico dei numeri. Di più: queste cento pagine non potranno mai contenere più di sei, sette interventi. Chi scriverà? Come saranno selezionati i saggi? Come ruoterà la redazione? Non c’è il pericolo che si formi subito un’élite? Sono questioni che dovrete affrontare e per le quali non sarà facile trovare una soluzione. Dunque, una modesta proposta: affiancare alla rivista un sito informatico che possa moltiplicare la possibilità di interventi e dare libero campo al dibattito. L’ideale sarebbe anzi che la rivista fosse il punto di raccordo, lo stimolo e la sintesi, delle tante scritture informatiche. Sarebbe forse il modo per sdrammatizzare i precedenti interrogativi e per superare i limiti della periodicità lunga. Accennavo all’inizio alle riviste studentesche delle università americane: sono molte, ma nella quasi totalità utilizzano spazi informatici. Noi, la mia generazione intendo dire, abbiamo ancora bisogno di sentire cantare la carta, sappiamo lavorare poco insieme, siamo gelosi dei nostri monologhi, ma le pagine della vostra rivista dovrebbero testimoniare un dibattito molto più intenso e polifonico, dar conto di un lavoro in comune. Come studenti potete almeno permettervi ancora il lusso di lavorare insieme! Di più: per l’intero Dipartimento di Studi Glotto-antropologici e Discipline Musicali la nascita di questa rivista è di certo un motivo di soddisfazione e lo sarà ancora di più se in queste pagine (cartacee e informatiche) potrà riavviarsi quel confronto fra linguisti, antropologi ed etnomusicologi che era stato la ragione del nostro stare insieme, ma che – senza forse – si è stemperato negli anni. Niente di più fondante che siano gli studenti dei tre settori a ritrovare un terreno comune; poi speriamo vengano i docenti, dando nuova vita in tempi relativamente brevi ad un'altra rivista.
Alberto Sobrero
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composta il giorno 27-04-2006 Data dell'ultima modifica: 16-06-2008 |
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