TITO ORLANDI per Dictionnaire de Spiritualité
     
     SHENOUTE, archimandrita del Monastero di Atripe presso Sohag 
     (Alto Egitto; presso Shmin = Panopolis = Achmim), detto anche 
     Monastero di apa Shenute, e poi Monastero Bianco (Deir el-Abiad; 
     nome con cui è oggi conosciuto). Le date di nascita e di morte 
     sono probabilmente il 348 e il 466. Altre date deducibili con 
     qualche probabilità dalle fonti (cf. sotto) sono: 371 diviene 
     monaco; 388 diviene archimandrita; 431 partecipa con Cirillo al 
     concilio di Efeso.
     
     Fonti e storia degli studi.
     
     Shenoute, per un fenomeno singolare che ancora attende una 
     spiegazione convincente, è totalmente ignorato in qualsiasi fonte 
     greca e latina, (tuttavia alcune fonti oggi in lingue orientali 
     erano origianriamente in greco). Le notizie sulla sua vita e 
     sulla sua opera si trovano solo in opere in lingua copta (ad 
     eccezione di Teopisto, Vita Dioscori, ed. Nau), e in particolare: 
     le opere dello stesso Shenoute (cf. sotto); la sua Biografia, 
     scritta dal successore archimandrita Besa; un gruppo di opere 
     storico-agiografiche del periodo post-calcedonense (fine V sec., 
     inizio VI: ps. Dioscoro, In Macarium ep. Tkou; Vita Abraham 
     archimandritae; Vita Moysis archimandritae); l'Historia 
     Ecclesiastica; due iscrizioni del Monastero Bianco (ed. Crum). A 
     causa di questa situazione, mentre Shenoute rimaneva per i copti 
     una figura di primaria importanza, in Occidente egli fu 
     sostanzialmente ignorato fino alla fine del XVIII sec., quando si 
     cominciarono a conoscere i frammenti delle sue opere e la 
     biografia scritta da Besa. 
     Il primo libro in cui Shenoute ha parte rilevante è il 
     Catalogus... di G. Zoega (1810, postumo; ancora il Mingarelli... 
     nel 17... non conosce Shenoute). Nel corso del sec. XIX Revillout 
     e Amélineau contribuirono in vario modo al diffondersi della sua 
     conscenza, e verso la fine del secolo apparve ad opera di P. 
     Ladeuze il primo fondamentale saggio sulla sua opera (1898). Esso 
     (nella parte che riguardava Shenoute) non ebbe la fortuna che 
     meritava, perché venne rimpiazzato dall'altro fondamentale 
     saggio, pubblicato poco dopo da J. Leipoldt (1903). Questo aveva 
     il merito di prendere in considerazione anche i frammenti delle 
     opere di Shenoute portati a Parigi dopo il 1888, che fornivano un 
     importante materiale per la valutazione del personaggio; e nello 
     stesso tempo si poneva apertamente in contrasto con 
     l'interpretazione di Ladeuze. Noi discuteremo 
     dell'interpretazione di Leipoldt nel corso di questo articolo.
     
     Vita e posizione storica.
     
     Poco si conosce di obiettivo sulla vita di Shenoute. Alcune date 
     si desumono da un brano di una sua omelia, pronunciata nell'anno 
     del concilio di Efeso (431; ed. Leipoldt n. 31), in cui afferma 
     di "leggere continuamente il Vangelo" (evidentemente essere 
     monaco) da 60 anni, e di "annunziarlo" (evidentemente essere 
     archimandrita) da 43. La data di morte si desume da un brano di 
     Besa (ed. Kuhn n. 16 p. 41), che tuttavia, alludendo all'anno di 
     indizione, lascia aperte due possibilità: 451 (o 452) e 466. La 
     prima data godette di maggior favore (e ancora oggi è spesso 
     ripetuta) fino a quando una nota di Bethune-Baker... basata sul 
     Libro di Eraclide di Nestorio (allora recentemente scoperto) 
     faceva accettare il 466. La data di nascita dipende dal credito 
     che si dà a due affermazioni contenute nella Vita di Shenoute di 
     Besa. Secondo la prima Shenoute sarebbe vissuto 118 anni (dunque 
     nato nel 348); secondo la seconda sarebbe diventato monaco ancora 
     bambino (dunque ca. 360). La prima data è tuttavia confermata 
     dall'iscrizione A2 Crum (XII sec.) del Monastero Bianco (nato nel 
     65o anno dei martiri = 348/9 che però indica la data di morte 
     come 454.
     Come si è visto, Shenoute partecipò al Concilio di Efeso, al 
     seguito di Cirillo. Altre notizie obiettive non hanno precise 
     indicazioni cronologiche: ebbe rapporti epistolari con i 
     patriarchi Timoteo e Dioscoro; ebbe rapporti con Nestorio quando 
     egli fu esiliato in Egitto (cf. Historia Ecclesiastica); lasciò 
     la direzione del monastero a Besa alcuni anni prima di morire 
     (cf. ps. Dioscoro, In Macarium). Le fonti (cf. sopra) sono 
     generalmente di carattere agiografico, e dunque costruite spesso 
     su luoghi comuni. Dopo che ne vengano depurate, restano elementi 
     non obiettivi, ma che possono caratterizzare la sua spiritualità 
     nei confronti della sua epoca. Quelli più interessanti riguardano 
     i rapporti con l'organizzazione monastica pacomiana e con il 
     patriarcato alessandrino. 
     Da questo punto di vista, sembra prima di tutto che i rapporti 
     fra Shenoute e i pacomiani siano stati in parte fraintesi. E' 
     probabilmente vero che Pkjol, zio di Shenoute e fondatore del 
     Monastero di Atripe, abbia assunto il modo pacomiano di intendere 
     la vita monastica (riunione di monaci in comunità con 
     l'accettazione di una "regola" abbastanza precisa); e che 
     Shenoute vi abbia aderito, magari modificando e ampliando la 
     regola secondo le necessità diun ambiente più specificamente 
     egiziano (copto) e più tardivo. Ma intanto sarebbe interessante 
     conoscere meglio l'influsso dell'altro ispiratore, Pshoi, 
     fondatore del vicino monastero "rosso", che alcune fonti (fra cui 
     una delle iscrizioni del Monastero Bianco) indicano come non meno 
     importante di Pkjol; ed inoltre il fatto che Pkjol non abbia 
     semplicemente aderito all'organizzazione pacomiana ma abbia 
     svolto una suo opera individuale deve pur avere un suo
     significato.
     Quanto a Shenoute, pur riconoscendo esplicitamente nei suoi 
     scritti l'autorità spirituale di Pacomio (insieme a quella di 
     Antonio) è probabile che se ne sia distaccato, soprattutto in 
     relazione all'atteggiamento culturale (cf. sotto,opere) e anche 
     nei rapporti col patriarcato alessandrino. La conseguenza di 
     tutto ciò è una delle poche notizie obiettive che possiamo 
     verificare (cf. Van Cauwenbergh p. 154 e 159), e cioè che dopo la 
     frattura di Calcedonia (salvo un primo atteggiamento filo-
     dioscoriano dell'archimandrita Papnute) i pacomiani restarono 
     nell'ambito della Chiesa "imperiale" mentre gli shenoutiani 
     divennero il punto di riferimento per la Chiesa "copta" (cf. 
     soprattutto la Vita Abraham e la Vita Moysis). Questo indica 
     chiaramente un diverso modo di intendere la vita ecclesiastica. 
     Per quanto si può desumere dallo svolgimento della cultura copta, 
     Shenute rimase vicino alle posizioni degli anacoreti egiziani 
     anti-intellettualisti (cf. Paolo di Tamma e le descrizioni nelle 
     cosiddette Vita Onophrii, Vita Aronis, Vita Aphu), da cui 
     probabilmente i pacomiani si erano distaccati. Anche nei 
     confronti della controversia origenista, si hanno elementi che 
     portano a credere che Shenoute abbia assunto una posizione assai 
     più netta di quella dei pacomiani (cf. Orlandi su Agatonico di 
     Tarso; Shenoute Contra origenistas).
     Leipoldt, sulla traccia delle posizioni della storiografia 
     ecclesiastica tedesca idealistico-liberale, vedeva in Shenoute la 
     nascita e l'affermazione della nazionalità egiziana, con quanto 
     di buono e di deleterio ciò comportava (da un lato il 
     riconoscimento di una identità culturale, dall'altro un certo 
     tipo di rozzezza popolaresca). Ladeuze vedeva la contrapposizione 
     con i pacomiani in termini essenzialmente spirituali, come il 
     sostanziale perdersi dell'originaria spinta pacomiana per venire 
     incontro alle esigenze dei più vasti strati conquistati 
     all'ideale monastico. Ambedue le posizioni hanno elementi validi, 
     ma perdono di vista altri lati della situazione.
     
     Opere letterarie.
     
     Uno di questi, sicuramente di grande importanza, è quello 
     letterario. Shenoute è il più grande autore originale della 
     letteratura copta; Pacomio probabilmente è stato il primo. Anche 
     qui si trova un forte legame fra le due personalità, ma in questo 
     caso le differenze sono evidenti. Di Pacomio non c'è traccia di 
     opere all'infuori delle Regole (un tipo di letteratura del tutto 
     particolare) e delle Lettere (poi scritte anche dai successori 
     Teodoro e Horsiesi). Il carattere delle Lettere è essenzialmente 
     anti-letterario, tanto da far pensare ad un rifiuto dell'attività 
     "oratoria" che, sulla scia della seconda sofistica, era in quel 
     periodo assunta come normale nella vita ecclesiastica dei grandi 
     centri internazionali. Shenoute invece assume da un lato dai 
     pacomiani l'idea di produrre in lingua copta, ma accetta 
     pienamente i generi letterari e i modi retorici che si erano 
     affermati (per quanto lo riguardava) ad Alessandria.
     Le sue catechesi e le sue lettere fanno parte integrante della 
     letteratura patristica dell'epoca, al di là della specificità dei 
     contenuti (che del resto per lo più coincidono anch'essi). Il suo 
     stile (la cui veemenza e talora oscurità sono stati spesso 
     esagerati) lo accomuna agli scrittori ecclesiastici coevi. Se si 
     notano scompensi nei confronti della maggiore maturità di quelli, 
     si deve considerare l'enorme sforzo che deve essere costato il 
     portare il copto (che fino allora, per quanto ci consta, era 
     stato sperimentato solo per traduzioni) al rango di lingua 
     letteraria pienamente autonoma.
     Purtroppo una piena comprensione dell'opera letteraria si 
     Shenoute è tutt'oggi impedita dallo stato insoddisfacente del 
     lavoro di catalogazione e quindi di pubblicazione dei relativi 
     manoscritti. Le opere di Shenoute erano conservate gelosamente 
     nella biblioteca del Monastero Bianco e ne era (per quanto 
     sembra) vietata la diffusione. Il poco che proviene da altre 
     biblioteche (cf. Rossi Sermone; Kuhn Ps. Shenoute) consiste 
     piuttosto di miscellanee (messe insieme forse a memoria); non si 
     hanno versioni in boairico nè sostanzialmente in arabo (cosa 
     stranissima).
     Perciò tutte le opere di Shenoute hanno subìto la triste sorte 
     riservata ai codici del Monastero Bianco, smembrati in parti più 
     o meno consistenti, che oggi si conservano in una cinquantina di 
     collezioni pubbliche e private in tutto il mondo. Le due edizioni 
     iniziate (e ambedue non completate) contemporaneamente da 
     Leipoldt... e da Amélineau... tentavano solo parzialmente un 
     lavoro di ricostruzione, che presupponeva mezzi anche tecnici non 
     sufficientemente disponibili all'inizio del secolo. Esso viene 
     oggi condotto nell'ambito dell'impresa del Corpus dei Manoscritti 
     Copti Letterari (cf. Orlandi Projet) e da poco ha cominciato a 
     dare frutti concreti.
     Uno dei problemi fondamentali per la ricostruzione delle opere 
     consiste nel rendersi conto se e come fosse organizzata una loro 
     raccolta ufficiale. La documentazione è stata sovente 
     interpretata in maniera non corretta. Da un lato abbiamo la prova 
     negli "indici liturgici" (cf. p.es. Wien, Oesterr. Nationalbibl., 
     Papyrussammlung, K9634 e Paris, Bib. Nat., Copte 161.44) che 
     singole opere (catechesi, lettere, sermoni) conservavano una loro 
     individualità, e venivano lette come tali, parallelamente ai 
     brani della Scrittura (non si dimentichi che Shenoute era detto 
     normalmente profeta, nuovo Mosé) durante le sinassi. Dall'altro 
     molti codici conservano titolature come "Epistole. Libro IV", che 
     provano l'esistenza di corpora in cui determinate opere venivano 
     riunite. 
     Ma a nostro avviso la confusione nasce quando si dà credito ai 
     titoli che si trovano nei manoscritti del X-XII sec. come se 
     fossero attribuiti davvero al complesso di opere copiate in 
     ciascuno. Sembra invece che il criterio di sceltafosse vario, e 
     potesse attraversare vari tipi di raccolte; salvo che, quando lo 
     scriba incontrava una titolatura (di solito in fondo a un'opera) 
     la copiava insieme con quell'opera. Per quanto è dato di 
     comprendere, le opere si susseguivano in una raccolta 
     "originaria" inframmezzate semplicemente dall'indicazione: 
     SINOUTHIOU (si noti, nella forma greca, che sembra essere quella 
     usata ufficialmente all'epoca di Shenoute), e seguite, al fondo 
     del manoscritto, da un indice (forse), e dal titolo generale. 
     Altri titoli iniziali di singole opere (accompagnati da notizie 
     varie) sono probabilmente frutto di compilatori tardivi, che del 
     resto possono aver avuto fonti attendibili.
     La ricostruzione delle opere nel loro testo complessivo e dei 
     corpora shenoutiani a partire dal materiale frammentario a 
     disposizione è un traguardo ideale nel suo complesso (perché 
     molte sono destinate a rimanere per sempre frammentarie, e molte 
     altre sono perdute), ma realistico almeno in parte. Alcune 
     indagini condotte dagli anni '50 ad oggi hanno ottenuto risultati 
     che mutano alcuni severi giudizi emessi da Leipoldt, ma anche da 
     Ladeuze e prima da Amélineau. Bisogna riconoscere che Leipoldt 
     considerava Shenoute "gebildeter als die meisten seiner 
     Volksgenossen. Ich weiss nicht, ob er in einer greichischen 
     Schule gelernt hat. Hier und da verrat er ganz offenbar 
     griechischen Geschmack und griechischen Schonheitssinn. Er baut 
     gelegentlich Perioden, wie sie Eusebius und Basilius nicht besser 
     zusammenfugen konnten." (Litt. p. 148-9). Ma gli rimproverava due 
     mancanze fondamentali: lo stile enfatico e volto piuttosto al 
     dittatoriale che alla spiritualità monastica (p. 148) e l'assenza 
     di riflessione teologica: "Schenute hat selten eine Sache fur so 
     wichtig gehalten, dass er sich Gedanken uber sie machte" (p. 
     149). La questione dello stile è piuttosto questione di 
     apprezzamento soggettivo, ed è diventato un luogo comune. Diremo 
     qui soltanto che non siamo affatto d'accordo, e crediamo che una 
     lettura calma delle opere maggiori nel loro complesso (e non solo 
     in frammenti) sarebbe convincente.
     
        Con questa operazione, di tale importanza da 
     determinare la svolta decisiva della letteratura e della 
     cultura copta, Shenute otteneva il doppio risultato di 
     mantenere una certa tradizione culturale del monachesimo 
     egiziano, da un lato, ed una certa tradizione culturale 
     della scuola teologica alessandrina, dall'altro, andando 
     cosi' incontro sia ai desideri del Patriarcato (che 
     specialmente da Teofilo in avanti non tollerera' iniziative 
     singole nel proprio dominio) sia ai gusti del cristianesimo 
     della Valle del Nilo.
        Dal punto di vista letterario, Shenute e' anche di 
     capitale importanza per la sua accettazione della cultura 
     letteraria greca e della relativa retorica. Cio' appare 
     chiaramente dall'impianto e dallo stile delle suo opere 
     originali, al di la' degli ovvii personalismi che vi si 
     trovano, ed hanno fatto spesso trascurare gli altri fattori 
     sui quali invece noi poniamo l'accento.
        Egli si occupo' certo anche dell'organizzazione della 
     traduzione su vasta scala dei testi patristici greci del IV 
     e V secolo, anche se di cio' non abbiamo prove obiettive. E 
     sara' da menzionare a questo punto anche l'attivita' della 
     preparazione delle traduzioni bibliche "standardizzate", che 
     dal VI secolo in avanti soppianteranno le precedenti 
     redazioni piu' o meno individuali od accettate ufficialmente 
     dalla Chiesa <14>.
        Sara' necessario tuttavia attendere una nuova edizione 
     che rimpiazzi quella di HORNER (pur con tutti i suoi pregi 
     <15>), per avere un'idea piu' precisa di questo lavoro, 
     soprattutto in base al confronto coi manoscritti del III, IV 
     e V secolo recentemente venuti alla luce. Per il momento si 
     puo' solo affermare che la standardizzazione del testo 
     biblico, se non ebbe un grande influsso sulla storia delle 
     letteratura in se', ne ebbe uno molto importante sulla 
     lingua, perche' da questo periodo inizia quello che noi 
     chiameremmo il copto (saidico) "classico".
     
     Teologia.
     
     Sul secondo punto è stata prodotta (prima da Lefort Catéchèse e 
     poi da Orlandi Contro gli Origenisti; cf. anche Weiss) una 
     documentazione che ci mostra uno Shenoute sicuramente 
     speculativo. Nella "Catechesi cristologica" pubblicata da Lefort 
     egli affronta i seguenti temi: la preesistenza del Cristo; il 
     mistero dell'incarnazione del Verbo divino in una donna; la 
     partecipazione del Figlio alla creazione; la correttezza del 
     termine "theotokos" (contro Nestorio); sulla realtà della 
     transustanziazione (contro gli origenisti). Tutti i problemi sono 
     risolti sulla base della "vera" interpretazione di passi della 
     Scrittura, e in sostanza invocando il principio che Dio può fare 
     qualsiasi cosa, e occorre solo prenderne atto, ascoltando appunto 
     le Scritture. E' da notare che Shenoute afferma di aver trattato 
     questi temi molte altre volte, e di riprenderli in questa 
     occasione su invito di alcuni interlocutori.
     Ancora più ampia è la problematica affrontata nel trattato 
     "Contro gli origenisti", scritto in occasione di una specie di 
     crociata anti-eretica indetta dal patriarca Dioscoro in Alto 
     Egitto intorno al 445 (cf. Orlandi... ): l'uso dei libri 
     "apocrifi" presso gli eretici, gnostici e origenisti; la teoria 
     della pluralità dei mondi (che viene combattuta); il significato 
     della sofferenza dell'uomo, che non contraddice alla bontà di 
     Dio; teorie eretiche sulla Pasqua; la coesistenza eterna di Padre 
     e Figlio; la preesistenza delle anime (che viene combattuta); e 
     di nuovo l'incarnazione e il mistero eucaristico.
     A questi due trattati si possono aggiungere altri due, uno contro 
     i meliziani (Guérin... ), che però si occupa soprattutto di 
     problemi liturgici; e uno contro i manichei (Amélineau I 5... ), 
     che difende l'ispirazione divina dell'Antico Testamento, accanto 
     al Nuovo.
     Nel complesso la posizione teologica di Shenoute si può definire 
     come un'entusiastica accettazione della posizione del patriarcato 
     alessandrino posteriore al voltafaccia anti-origenista di 
     Teofilo. Quali fossero i rapporti precedenti è difficile dire (e 
     del resto è probabile che fino al 399 Shenoute non avesse ancora 
     acquistato l'autorevolezza degli anni successivi); ma sospettiamo 
     che egli, a differenza dei pacomiani, fosse piuttosto vicino a 
     quegli ambienti di esegesi letteralistico-materialistica (cf. 
     sopra) che hanno favorito appunto il voltafaccia di Teofilo. Non 
     abbiamo documentazione sulla posizione di Shenoute nei riguardi 
     di Calcedonia; ma tutto porta a credere che quella assunta dai 
     suoi successori fosse in linea con la sua eredità spirituale.
     
     Morale.
     
     A questo punto, tuttavia, è opportuno specificare che la maggior 
     parte dell'attività di Shenoute era rivolta a indirizzare, 
     correggere, incoraggiare e punire la vasta schiera di monaci 
     posta sotto la sua autorità, soprattutto per ciò che riguardava 
     la loro vita morale e pratica, e non intellettuale. Questo è il 
     quadro che ci dipinge la Vita scritta da Besa, e al quale offrono 
     riscontro obiettivo i numerosissimi sermoni e frammenti di 
     sermoni conservati nei manoscritti. Ad essi è stata data fino ad 
     oggi la maggiore attenzione da parte degli studiosi; ma anche qui 
     il non disporre delle opere nella loro integrità ha impedito il 
     formarsi di un giudizio sufficientemente critico. Se infatti gli 
     argomenti trattati non suscitano particolare interesse, riteniamo 
     che lo studio della struttura generale dei sermoni e del 
     concatenarsi degli argomenti possano rivelare caratteristiche 
     originali degne di nota, soprattutto nel contesto storico-
     spirituale dell'ambiente monastico egiziano del V secolo.
     
     Attività pratica.
     
     Shenoute acquistò col tempo grande fama ed autorità anche al di 
     fuori del Monastero Bianco. Esso divenne un punto di riferimento 
     per tutta la regione, sia per la popolazione sia anche per i 
     magistrati civili. Parecchie opere ce lo mostranoalle prese coi 
     problemi del suo tempo: carestie, in cui occorreva aiutare la 
     popolazione letteralmente a sopravvivere; scorrerie dei nomadi 
     del deserto (per lo più i Blemmi, ben noti da molte fonti), in 
     cui occorreva proteggerla, per quanto fosse possibile, 
     utilizzando la struttura del monastero (che doveva essere molto 
     esteso, ben oltre quanto rimane oggi) come luogo di difesa. Egli 
     esercitò anche la difesa dei contadini contro i latifondisti 
     prevaricatori, e contro le malversazioni dell'esercito. Ma ancora 
     più interessante è quanto ci mostrano altre opere, in cui 
     Shenoute è oggetto di visite di magistrati, che attendono da lui 
     insegnamenti morali riguardanti anche lo svolgimento dei loro
     doveri (Chass. 6-10... ), e che gli pongono questioni di 
     carattere che riterremmo straordinario, come quella circa la 
     misura del cielo e della terra (Chassinat 6).
     
     Attività contro i pagani.
     
     La polemica contro gli elementi pagani, ancora radicati e 
     diffusi, è anche ben attestata nelle opere di Shenoute. Sul piano 
     teorico, numerosissimi sono i passi in cui egli combatte gli 
     hellenes, sia per il loro comportamento, sia per le loro 
     dottrine. Egli aveva naturalmente una sua dottrina riguardante la 
     natura e l'azione dei demoni, che espone lungamente in almeno due 
     sermoni (Chass. 3 e 4). Questa polemica aveva naturalmente anche 
     dei risvolti pratici, anche abbastanza brutali, che comportavano 
     la distruzione di luoghi di culto ed altre angherie, del resto 
     nello spirito dell'epoca. Di esse parlano con apprezzamento 
     parecchie delle fonti storico-agiografiche (cf. p. es. Besa Vita 
     Sinuthii par. 83-85) e lo stesso Shenoute gli dedica un intero 
     sermone (Chas. 1), in cui esprime apertamente la gioia dei 
     cristiani nel distruggere gli idoli. Questo aspetto dell'attività 
     di Shenoute è divenuto un luogo comune anche troppo sottolineato, 
     dal momento che deve essere considerato nel contesto di un'epoca 
     nella quale questo genere di cose accadeva frequentemente, anche 
     per opere delle autorità civili, e anche fra avverse comunità 
     cristiane. A questo proposito è da dire che lostesso Shenoute si 
     adoperò probabilmente a distruggere testi eretici ed apocrifi che 
     circolavano nel suo ambiente, e forse disperse gli ultimi gruppi 
     gnosticizzanti rimasti in Alto Egitto nel V secolo.
     
     Commemorazione.
     
     Come si è detto, mentre nel resto della cristianitè si perdeva 
     anche il ricordo della personalità di Shenoute, e del resto è 
     difficile dire quanto egli sia stato conosciuto fuori 
     dell'Egitto, presso la Chiesa copta la sua memoria rimaneva 
     vivissima, punto di riferimento per tutta la spiritualità 
     monastica. Alcuni suoi brani sono entrati nella serie delle 
     letture liturgiche della settimana santa (Burmester...). I 
     sinassari (Coquin...) lo commemorano sotto varie date, ma 
     soprattutto il 7 epip (= ...), giorno della morte, presentando un 
     riassunto della Biografia scritta da Besa. Particolari riti erano 
     celebrati (non sappiamo fino a quando, ma sicuramente fino al XII 
     sec.) in occasione della sua festa, al Monastero Bianco. Di essi 
     siamo edotti da un codice molto interessante (anch'esso però poco 
     studiato) di Parigi, Bibl. Nat. Copte P 68.
     
     Fonti per la vita:
     
     E. C. AMELINEAU, Les moines égyptiens. Vie de Schnoudi, Mus. 
     Guimet Vulg. 1, Paris 1889
     
     E. C. AMELINEAU Monuments pour servir à l'histoire de l'Egypte 
     chrétienne aux IV, V, VI, et VII siècles, Mém. Miss. Arch. Fr. au 
     Caire 4, Paris 1888-1895 (framm. della Vita in saidico; testo 
     boairico di Ps. Dioscoro In Macarium; framm. diVita Abraham e 
     Vita Moysis)
     
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     in 6 fascicoli)
     
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     E. CHASSINAT, Le quatrième livre des entretiens et epitres de 
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     P. Du BOURGUET, Entretien de Chenoute sur les devoirs des juges, 
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