TITO ORLANDI per Dictionnaire de Spiritualité
SHENOUTE, archimandrita del Monastero di Atripe presso Sohag
(Alto Egitto; presso Shmin = Panopolis = Achmim), detto anche
Monastero di apa Shenute, e poi Monastero Bianco (Deir el-Abiad;
nome con cui è oggi conosciuto). Le date di nascita e di morte
sono probabilmente il 348 e il 466. Altre date deducibili con
qualche probabilità dalle fonti (cf. sotto) sono: 371 diviene
monaco; 388 diviene archimandrita; 431 partecipa con Cirillo al
concilio di Efeso.
Fonti e storia degli studi.
Shenoute, per un fenomeno singolare che ancora attende una
spiegazione convincente, è totalmente ignorato in qualsiasi fonte
greca e latina, (tuttavia alcune fonti oggi in lingue orientali
erano origianriamente in greco). Le notizie sulla sua vita e
sulla sua opera si trovano solo in opere in lingua copta (ad
eccezione di Teopisto, Vita Dioscori, ed. Nau), e in particolare:
le opere dello stesso Shenoute (cf. sotto); la sua Biografia,
scritta dal successore archimandrita Besa; un gruppo di opere
storico-agiografiche del periodo post-calcedonense (fine V sec.,
inizio VI: ps. Dioscoro, In Macarium ep. Tkou; Vita Abraham
archimandritae; Vita Moysis archimandritae); l'Historia
Ecclesiastica; due iscrizioni del Monastero Bianco (ed. Crum). A
causa di questa situazione, mentre Shenoute rimaneva per i copti
una figura di primaria importanza, in Occidente egli fu
sostanzialmente ignorato fino alla fine del XVIII sec., quando si
cominciarono a conoscere i frammenti delle sue opere e la
biografia scritta da Besa.
Il primo libro in cui Shenoute ha parte rilevante è il
Catalogus... di G. Zoega (1810, postumo; ancora il Mingarelli...
nel 17... non conosce Shenoute). Nel corso del sec. XIX Revillout
e Amélineau contribuirono in vario modo al diffondersi della sua
conscenza, e verso la fine del secolo apparve ad opera di P.
Ladeuze il primo fondamentale saggio sulla sua opera (1898). Esso
(nella parte che riguardava Shenoute) non ebbe la fortuna che
meritava, perché venne rimpiazzato dall'altro fondamentale
saggio, pubblicato poco dopo da J. Leipoldt (1903). Questo aveva
il merito di prendere in considerazione anche i frammenti delle
opere di Shenoute portati a Parigi dopo il 1888, che fornivano un
importante materiale per la valutazione del personaggio; e nello
stesso tempo si poneva apertamente in contrasto con
l'interpretazione di Ladeuze. Noi discuteremo
dell'interpretazione di Leipoldt nel corso di questo articolo.
Vita e posizione storica.
Poco si conosce di obiettivo sulla vita di Shenoute. Alcune date
si desumono da un brano di una sua omelia, pronunciata nell'anno
del concilio di Efeso (431; ed. Leipoldt n. 31), in cui afferma
di "leggere continuamente il Vangelo" (evidentemente essere
monaco) da 60 anni, e di "annunziarlo" (evidentemente essere
archimandrita) da 43. La data di morte si desume da un brano di
Besa (ed. Kuhn n. 16 p. 41), che tuttavia, alludendo all'anno di
indizione, lascia aperte due possibilità: 451 (o 452) e 466. La
prima data godette di maggior favore (e ancora oggi è spesso
ripetuta) fino a quando una nota di Bethune-Baker... basata sul
Libro di Eraclide di Nestorio (allora recentemente scoperto)
faceva accettare il 466. La data di nascita dipende dal credito
che si dà a due affermazioni contenute nella Vita di Shenoute di
Besa. Secondo la prima Shenoute sarebbe vissuto 118 anni (dunque
nato nel 348); secondo la seconda sarebbe diventato monaco ancora
bambino (dunque ca. 360). La prima data è tuttavia confermata
dall'iscrizione A2 Crum (XII sec.) del Monastero Bianco (nato nel
65o anno dei martiri = 348/9 che però indica la data di morte
come 454.
Come si è visto, Shenoute partecipò al Concilio di Efeso, al
seguito di Cirillo. Altre notizie obiettive non hanno precise
indicazioni cronologiche: ebbe rapporti epistolari con i
patriarchi Timoteo e Dioscoro; ebbe rapporti con Nestorio quando
egli fu esiliato in Egitto (cf. Historia Ecclesiastica); lasciò
la direzione del monastero a Besa alcuni anni prima di morire
(cf. ps. Dioscoro, In Macarium). Le fonti (cf. sopra) sono
generalmente di carattere agiografico, e dunque costruite spesso
su luoghi comuni. Dopo che ne vengano depurate, restano elementi
non obiettivi, ma che possono caratterizzare la sua spiritualità
nei confronti della sua epoca. Quelli più interessanti riguardano
i rapporti con l'organizzazione monastica pacomiana e con il
patriarcato alessandrino.
Da questo punto di vista, sembra prima di tutto che i rapporti
fra Shenoute e i pacomiani siano stati in parte fraintesi. E'
probabilmente vero che Pkjol, zio di Shenoute e fondatore del
Monastero di Atripe, abbia assunto il modo pacomiano di intendere
la vita monastica (riunione di monaci in comunità con
l'accettazione di una "regola" abbastanza precisa); e che
Shenoute vi abbia aderito, magari modificando e ampliando la
regola secondo le necessità diun ambiente più specificamente
egiziano (copto) e più tardivo. Ma intanto sarebbe interessante
conoscere meglio l'influsso dell'altro ispiratore, Pshoi,
fondatore del vicino monastero "rosso", che alcune fonti (fra cui
una delle iscrizioni del Monastero Bianco) indicano come non meno
importante di Pkjol; ed inoltre il fatto che Pkjol non abbia
semplicemente aderito all'organizzazione pacomiana ma abbia
svolto una suo opera individuale deve pur avere un suo
significato.
Quanto a Shenoute, pur riconoscendo esplicitamente nei suoi
scritti l'autorità spirituale di Pacomio (insieme a quella di
Antonio) è probabile che se ne sia distaccato, soprattutto in
relazione all'atteggiamento culturale (cf. sotto,opere) e anche
nei rapporti col patriarcato alessandrino. La conseguenza di
tutto ciò è una delle poche notizie obiettive che possiamo
verificare (cf. Van Cauwenbergh p. 154 e 159), e cioè che dopo la
frattura di Calcedonia (salvo un primo atteggiamento filo-
dioscoriano dell'archimandrita Papnute) i pacomiani restarono
nell'ambito della Chiesa "imperiale" mentre gli shenoutiani
divennero il punto di riferimento per la Chiesa "copta" (cf.
soprattutto la Vita Abraham e la Vita Moysis). Questo indica
chiaramente un diverso modo di intendere la vita ecclesiastica.
Per quanto si può desumere dallo svolgimento della cultura copta,
Shenute rimase vicino alle posizioni degli anacoreti egiziani
anti-intellettualisti (cf. Paolo di Tamma e le descrizioni nelle
cosiddette Vita Onophrii, Vita Aronis, Vita Aphu), da cui
probabilmente i pacomiani si erano distaccati. Anche nei
confronti della controversia origenista, si hanno elementi che
portano a credere che Shenoute abbia assunto una posizione assai
più netta di quella dei pacomiani (cf. Orlandi su Agatonico di
Tarso; Shenoute Contra origenistas).
Leipoldt, sulla traccia delle posizioni della storiografia
ecclesiastica tedesca idealistico-liberale, vedeva in Shenoute la
nascita e l'affermazione della nazionalità egiziana, con quanto
di buono e di deleterio ciò comportava (da un lato il
riconoscimento di una identità culturale, dall'altro un certo
tipo di rozzezza popolaresca). Ladeuze vedeva la contrapposizione
con i pacomiani in termini essenzialmente spirituali, come il
sostanziale perdersi dell'originaria spinta pacomiana per venire
incontro alle esigenze dei più vasti strati conquistati
all'ideale monastico. Ambedue le posizioni hanno elementi validi,
ma perdono di vista altri lati della situazione.
Opere letterarie.
Uno di questi, sicuramente di grande importanza, è quello
letterario. Shenoute è il più grande autore originale della
letteratura copta; Pacomio probabilmente è stato il primo. Anche
qui si trova un forte legame fra le due personalità, ma in questo
caso le differenze sono evidenti. Di Pacomio non c'è traccia di
opere all'infuori delle Regole (un tipo di letteratura del tutto
particolare) e delle Lettere (poi scritte anche dai successori
Teodoro e Horsiesi). Il carattere delle Lettere è essenzialmente
anti-letterario, tanto da far pensare ad un rifiuto dell'attività
"oratoria" che, sulla scia della seconda sofistica, era in quel
periodo assunta come normale nella vita ecclesiastica dei grandi
centri internazionali. Shenoute invece assume da un lato dai
pacomiani l'idea di produrre in lingua copta, ma accetta
pienamente i generi letterari e i modi retorici che si erano
affermati (per quanto lo riguardava) ad Alessandria.
Le sue catechesi e le sue lettere fanno parte integrante della
letteratura patristica dell'epoca, al di là della specificità dei
contenuti (che del resto per lo più coincidono anch'essi). Il suo
stile (la cui veemenza e talora oscurità sono stati spesso
esagerati) lo accomuna agli scrittori ecclesiastici coevi. Se si
notano scompensi nei confronti della maggiore maturità di quelli,
si deve considerare l'enorme sforzo che deve essere costato il
portare il copto (che fino allora, per quanto ci consta, era
stato sperimentato solo per traduzioni) al rango di lingua
letteraria pienamente autonoma.
Purtroppo una piena comprensione dell'opera letteraria si
Shenoute è tutt'oggi impedita dallo stato insoddisfacente del
lavoro di catalogazione e quindi di pubblicazione dei relativi
manoscritti. Le opere di Shenoute erano conservate gelosamente
nella biblioteca del Monastero Bianco e ne era (per quanto
sembra) vietata la diffusione. Il poco che proviene da altre
biblioteche (cf. Rossi Sermone; Kuhn Ps. Shenoute) consiste
piuttosto di miscellanee (messe insieme forse a memoria); non si
hanno versioni in boairico nè sostanzialmente in arabo (cosa
stranissima).
Perciò tutte le opere di Shenoute hanno subìto la triste sorte
riservata ai codici del Monastero Bianco, smembrati in parti più
o meno consistenti, che oggi si conservano in una cinquantina di
collezioni pubbliche e private in tutto il mondo. Le due edizioni
iniziate (e ambedue non completate) contemporaneamente da
Leipoldt... e da Amélineau... tentavano solo parzialmente un
lavoro di ricostruzione, che presupponeva mezzi anche tecnici non
sufficientemente disponibili all'inizio del secolo. Esso viene
oggi condotto nell'ambito dell'impresa del Corpus dei Manoscritti
Copti Letterari (cf. Orlandi Projet) e da poco ha cominciato a
dare frutti concreti.
Uno dei problemi fondamentali per la ricostruzione delle opere
consiste nel rendersi conto se e come fosse organizzata una loro
raccolta ufficiale. La documentazione è stata sovente
interpretata in maniera non corretta. Da un lato abbiamo la prova
negli "indici liturgici" (cf. p.es. Wien, Oesterr. Nationalbibl.,
Papyrussammlung, K9634 e Paris, Bib. Nat., Copte 161.44) che
singole opere (catechesi, lettere, sermoni) conservavano una loro
individualità, e venivano lette come tali, parallelamente ai
brani della Scrittura (non si dimentichi che Shenoute era detto
normalmente profeta, nuovo Mosé) durante le sinassi. Dall'altro
molti codici conservano titolature come "Epistole. Libro IV", che
provano l'esistenza di corpora in cui determinate opere venivano
riunite.
Ma a nostro avviso la confusione nasce quando si dà credito ai
titoli che si trovano nei manoscritti del X-XII sec. come se
fossero attribuiti davvero al complesso di opere copiate in
ciascuno. Sembra invece che il criterio di sceltafosse vario, e
potesse attraversare vari tipi di raccolte; salvo che, quando lo
scriba incontrava una titolatura (di solito in fondo a un'opera)
la copiava insieme con quell'opera. Per quanto è dato di
comprendere, le opere si susseguivano in una raccolta
"originaria" inframmezzate semplicemente dall'indicazione:
SINOUTHIOU (si noti, nella forma greca, che sembra essere quella
usata ufficialmente all'epoca di Shenoute), e seguite, al fondo
del manoscritto, da un indice (forse), e dal titolo generale.
Altri titoli iniziali di singole opere (accompagnati da notizie
varie) sono probabilmente frutto di compilatori tardivi, che del
resto possono aver avuto fonti attendibili.
La ricostruzione delle opere nel loro testo complessivo e dei
corpora shenoutiani a partire dal materiale frammentario a
disposizione è un traguardo ideale nel suo complesso (perché
molte sono destinate a rimanere per sempre frammentarie, e molte
altre sono perdute), ma realistico almeno in parte. Alcune
indagini condotte dagli anni '50 ad oggi hanno ottenuto risultati
che mutano alcuni severi giudizi emessi da Leipoldt, ma anche da
Ladeuze e prima da Amélineau. Bisogna riconoscere che Leipoldt
considerava Shenoute "gebildeter als die meisten seiner
Volksgenossen. Ich weiss nicht, ob er in einer greichischen
Schule gelernt hat. Hier und da verrat er ganz offenbar
griechischen Geschmack und griechischen Schonheitssinn. Er baut
gelegentlich Perioden, wie sie Eusebius und Basilius nicht besser
zusammenfugen konnten." (Litt. p. 148-9). Ma gli rimproverava due
mancanze fondamentali: lo stile enfatico e volto piuttosto al
dittatoriale che alla spiritualità monastica (p. 148) e l'assenza
di riflessione teologica: "Schenute hat selten eine Sache fur so
wichtig gehalten, dass er sich Gedanken uber sie machte" (p.
149). La questione dello stile è piuttosto questione di
apprezzamento soggettivo, ed è diventato un luogo comune. Diremo
qui soltanto che non siamo affatto d'accordo, e crediamo che una
lettura calma delle opere maggiori nel loro complesso (e non solo
in frammenti) sarebbe convincente.
Con questa operazione, di tale importanza da
determinare la svolta decisiva della letteratura e della
cultura copta, Shenute otteneva il doppio risultato di
mantenere una certa tradizione culturale del monachesimo
egiziano, da un lato, ed una certa tradizione culturale
della scuola teologica alessandrina, dall'altro, andando
cosi' incontro sia ai desideri del Patriarcato (che
specialmente da Teofilo in avanti non tollerera' iniziative
singole nel proprio dominio) sia ai gusti del cristianesimo
della Valle del Nilo.
Dal punto di vista letterario, Shenute e' anche di
capitale importanza per la sua accettazione della cultura
letteraria greca e della relativa retorica. Cio' appare
chiaramente dall'impianto e dallo stile delle suo opere
originali, al di la' degli ovvii personalismi che vi si
trovano, ed hanno fatto spesso trascurare gli altri fattori
sui quali invece noi poniamo l'accento.
Egli si occupo' certo anche dell'organizzazione della
traduzione su vasta scala dei testi patristici greci del IV
e V secolo, anche se di cio' non abbiamo prove obiettive. E
sara' da menzionare a questo punto anche l'attivita' della
preparazione delle traduzioni bibliche "standardizzate", che
dal VI secolo in avanti soppianteranno le precedenti
redazioni piu' o meno individuali od accettate ufficialmente
dalla Chiesa <14>.
Sara' necessario tuttavia attendere una nuova edizione
che rimpiazzi quella di HORNER (pur con tutti i suoi pregi
<15>), per avere un'idea piu' precisa di questo lavoro,
soprattutto in base al confronto coi manoscritti del III, IV
e V secolo recentemente venuti alla luce. Per il momento si
puo' solo affermare che la standardizzazione del testo
biblico, se non ebbe un grande influsso sulla storia delle
letteratura in se', ne ebbe uno molto importante sulla
lingua, perche' da questo periodo inizia quello che noi
chiameremmo il copto (saidico) "classico".
Teologia.
Sul secondo punto è stata prodotta (prima da Lefort Catéchèse e
poi da Orlandi Contro gli Origenisti; cf. anche Weiss) una
documentazione che ci mostra uno Shenoute sicuramente
speculativo. Nella "Catechesi cristologica" pubblicata da Lefort
egli affronta i seguenti temi: la preesistenza del Cristo; il
mistero dell'incarnazione del Verbo divino in una donna; la
partecipazione del Figlio alla creazione; la correttezza del
termine "theotokos" (contro Nestorio); sulla realtà della
transustanziazione (contro gli origenisti). Tutti i problemi sono
risolti sulla base della "vera" interpretazione di passi della
Scrittura, e in sostanza invocando il principio che Dio può fare
qualsiasi cosa, e occorre solo prenderne atto, ascoltando appunto
le Scritture. E' da notare che Shenoute afferma di aver trattato
questi temi molte altre volte, e di riprenderli in questa
occasione su invito di alcuni interlocutori.
Ancora più ampia è la problematica affrontata nel trattato
"Contro gli origenisti", scritto in occasione di una specie di
crociata anti-eretica indetta dal patriarca Dioscoro in Alto
Egitto intorno al 445 (cf. Orlandi... ): l'uso dei libri
"apocrifi" presso gli eretici, gnostici e origenisti; la teoria
della pluralità dei mondi (che viene combattuta); il significato
della sofferenza dell'uomo, che non contraddice alla bontà di
Dio; teorie eretiche sulla Pasqua; la coesistenza eterna di Padre
e Figlio; la preesistenza delle anime (che viene combattuta); e
di nuovo l'incarnazione e il mistero eucaristico.
A questi due trattati si possono aggiungere altri due, uno contro
i meliziani (Guérin... ), che però si occupa soprattutto di
problemi liturgici; e uno contro i manichei (Amélineau I 5... ),
che difende l'ispirazione divina dell'Antico Testamento, accanto
al Nuovo.
Nel complesso la posizione teologica di Shenoute si può definire
come un'entusiastica accettazione della posizione del patriarcato
alessandrino posteriore al voltafaccia anti-origenista di
Teofilo. Quali fossero i rapporti precedenti è difficile dire (e
del resto è probabile che fino al 399 Shenoute non avesse ancora
acquistato l'autorevolezza degli anni successivi); ma sospettiamo
che egli, a differenza dei pacomiani, fosse piuttosto vicino a
quegli ambienti di esegesi letteralistico-materialistica (cf.
sopra) che hanno favorito appunto il voltafaccia di Teofilo. Non
abbiamo documentazione sulla posizione di Shenoute nei riguardi
di Calcedonia; ma tutto porta a credere che quella assunta dai
suoi successori fosse in linea con la sua eredità spirituale.
Morale.
A questo punto, tuttavia, è opportuno specificare che la maggior
parte dell'attività di Shenoute era rivolta a indirizzare,
correggere, incoraggiare e punire la vasta schiera di monaci
posta sotto la sua autorità, soprattutto per ciò che riguardava
la loro vita morale e pratica, e non intellettuale. Questo è il
quadro che ci dipinge la Vita scritta da Besa, e al quale offrono
riscontro obiettivo i numerosissimi sermoni e frammenti di
sermoni conservati nei manoscritti. Ad essi è stata data fino ad
oggi la maggiore attenzione da parte degli studiosi; ma anche qui
il non disporre delle opere nella loro integrità ha impedito il
formarsi di un giudizio sufficientemente critico. Se infatti gli
argomenti trattati non suscitano particolare interesse, riteniamo
che lo studio della struttura generale dei sermoni e del
concatenarsi degli argomenti possano rivelare caratteristiche
originali degne di nota, soprattutto nel contesto storico-
spirituale dell'ambiente monastico egiziano del V secolo.
Attività pratica.
Shenoute acquistò col tempo grande fama ed autorità anche al di
fuori del Monastero Bianco. Esso divenne un punto di riferimento
per tutta la regione, sia per la popolazione sia anche per i
magistrati civili. Parecchie opere ce lo mostranoalle prese coi
problemi del suo tempo: carestie, in cui occorreva aiutare la
popolazione letteralmente a sopravvivere; scorrerie dei nomadi
del deserto (per lo più i Blemmi, ben noti da molte fonti), in
cui occorreva proteggerla, per quanto fosse possibile,
utilizzando la struttura del monastero (che doveva essere molto
esteso, ben oltre quanto rimane oggi) come luogo di difesa. Egli
esercitò anche la difesa dei contadini contro i latifondisti
prevaricatori, e contro le malversazioni dell'esercito. Ma ancora
più interessante è quanto ci mostrano altre opere, in cui
Shenoute è oggetto di visite di magistrati, che attendono da lui
insegnamenti morali riguardanti anche lo svolgimento dei loro
doveri (Chass. 6-10... ), e che gli pongono questioni di
carattere che riterremmo straordinario, come quella circa la
misura del cielo e della terra (Chassinat 6).
Attività contro i pagani.
La polemica contro gli elementi pagani, ancora radicati e
diffusi, è anche ben attestata nelle opere di Shenoute. Sul piano
teorico, numerosissimi sono i passi in cui egli combatte gli
hellenes, sia per il loro comportamento, sia per le loro
dottrine. Egli aveva naturalmente una sua dottrina riguardante la
natura e l'azione dei demoni, che espone lungamente in almeno due
sermoni (Chass. 3 e 4). Questa polemica aveva naturalmente anche
dei risvolti pratici, anche abbastanza brutali, che comportavano
la distruzione di luoghi di culto ed altre angherie, del resto
nello spirito dell'epoca. Di esse parlano con apprezzamento
parecchie delle fonti storico-agiografiche (cf. p. es. Besa Vita
Sinuthii par. 83-85) e lo stesso Shenoute gli dedica un intero
sermone (Chas. 1), in cui esprime apertamente la gioia dei
cristiani nel distruggere gli idoli. Questo aspetto dell'attività
di Shenoute è divenuto un luogo comune anche troppo sottolineato,
dal momento che deve essere considerato nel contesto di un'epoca
nella quale questo genere di cose accadeva frequentemente, anche
per opere delle autorità civili, e anche fra avverse comunità
cristiane. A questo proposito è da dire che lostesso Shenoute si
adoperò probabilmente a distruggere testi eretici ed apocrifi che
circolavano nel suo ambiente, e forse disperse gli ultimi gruppi
gnosticizzanti rimasti in Alto Egitto nel V secolo.
Commemorazione.
Come si è detto, mentre nel resto della cristianitè si perdeva
anche il ricordo della personalità di Shenoute, e del resto è
difficile dire quanto egli sia stato conosciuto fuori
dell'Egitto, presso la Chiesa copta la sua memoria rimaneva
vivissima, punto di riferimento per tutta la spiritualità
monastica. Alcuni suoi brani sono entrati nella serie delle
letture liturgiche della settimana santa (Burmester...). I
sinassari (Coquin...) lo commemorano sotto varie date, ma
soprattutto il 7 epip (= ...), giorno della morte, presentando un
riassunto della Biografia scritta da Besa. Particolari riti erano
celebrati (non sappiamo fino a quando, ma sicuramente fino al XII
sec.) in occasione della sua festa, al Monastero Bianco. Di essi
siamo edotti da un codice molto interessante (anch'esso però poco
studiato) di Parigi, Bibl. Nat. Copte P 68.
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